Enrico Clementi
Educatore, Formatore, Consulente e trainer educativo

[…] con questo contributo si chiude un trittico ideale dedicato all’errore e alla pedagogia dell’errore.

Abbiamo evidenziato, in due articoli precedenti, altrettanti aspetti di rilievo per la crescita personale e collettiva; da un lato il fatto che l’identità è una narrazione di sé, che in larga parte si nutre di quegli elementi che Kerényi ha chiamato “mitologemi”, ossia di elementi derivati da un complesso di materiale mitico, che viene continuamente rivisitato, plasmato e riorganizzato ma che nella sua essenza rimane radicato ai primordi della nostra storia. v. http://www.lacitta.eu/cronaca/52085-chi-sono-quando-dico-io-l-identita-personale-tra-realta-e-mito-per-una-rilettura-del-modo-di-pensare-se-stessi.html Dall’altro il ruolo che l’errore riveste nei processi di apprendimento e in quelli educativi, perché:

In questo contributo terremo insieme i due aspetti sopra indicati – identità ed errori – ragionando sull’importanza di valorizzare le esperienze negative o gli sbagli della nostra vita; ovvero quei fatti che normalmente abbiamo remore a riconoscere con noi stessi, o che nascondiamo agli altri, per tutelare o difendere la nostra integrità e l’immagine positiva che abbiamo di noi.

Ho letto di recente un libro che va in questa direzione e che consiglio al lettore: Elogio del fallimento. Perché sbagliare fa bene, di Francesca Corrado (Sperling & Kupfer 2019).

Nel libro si ipotizza anche l’idea di un curriculum “fallimentare”, ovvero di un CV che raccolga le nostre esperienze “non di successo”, al fine di aiutarci a capire meglio non solo chi siamo realmente, ma anche quale possa essere il percorso d’apprendimenti e professionale più consono a noi.

Come gli insuccessi possano essere valorizzati tanto quanto i successi o i risultati positivi del nostro percorso, proprio perché, come detto, ci mettono in condizione di derivare acquisizioni anche pratiche che altrimenti non avremmo.

Quello “fallimentare” è per tanto un CV che raccoglie e organizza cronologicamente la storia dei nostri fallimenti:

  • i percorsi studi non conclusi o le esperienze formative interrotte,
  • i progetti professionali solo abbozzati e mai realizzati,
  • le attività svolte con esito negativo,
  • le buone opportunità perse per inezia o poca lungimiranza, ecc.

È evidente che una narrazione di questo tipo, oltre che al perimetro formativo e professionale, può bene essere estesa alla dimensione relazionale-sociale e affettiva; dove, verosimilmente per molti di noi, le esperienze fallimentari esuberano di gran lunga i successi.

Cosa c’è di utile in un racconto di questo genere? Nel narrare gli insuccessi, analogamente a quanto accade per il CV ordinario, dove andiamo a valorizzare quanto di buono abbiamo fatto in termini di formazione, lavoro, competenze acquisite, siamo indotti a riflettere sulle cause dei nostri fallimenti, sulle nostre caratteristiche di personalità e sul modo (certo ricorrente) che abbiamo di entrare e uscire da attività e progetti.

È un’attività cioè che mette in rilievo e pone “nero su bianco” i nostri limiti umani e professionali, le nostre fragilità e insicurezze, quelle debolezze che non ci hanno permesso o non ci permetto, nell’attuale, di realizzare grandi desideri e sogni.

Ma è un’attività anche, a ben vedere, che rende evidente il nostro desiderio di cambiamento e che oltre a mettere in luce quel che magari non siamo riusciti a fare, perché forse abbiamo capito che non volevamo fare, mette in luce quel che non abbiamo fatto e che forse, ancora oggi, desideriamo intensamente realizzare.

È vero che nella formazione e nel lavoro educativo si parte dai punti di forza, per andare a rafforzare le parti deboli, le competenze meno robuste, l’eventuale deficit di conoscenze.

Fermo restando questo orientamento metodologico, qui andiamo oltre e suggeriamo di “guardare in faccia” i propri limiti, i propri errori ricorrenti, le proprie convinzioni disfunzionali, le proprie idiosincrasie, con la convinzione di poterne sostenere il peso (è sempre scomodo riconoscersi fragili o incapaci per alcuni aspetti), al fine di trasformare i limiti in potenzialità.

Come si è ripetuto più volte, per fare questo e redigere un CV fallimentare, dobbiamo ripensare l’errore come fatto positivo e non come elemento scomodo da gestire, che magari suscita in noi vergogna o colpa; sentimenti, questi ultimi, che, ancorché utili a regolare i rapporti sociali, poco aiutano nel processo di crescita personale.

Se è vero – come è vero – che sbagliando s’impara, credo fondamentale muovere da un’accettazione dell’errore e da una ritrovata dignità delle esperienze personali fallimentari, sui molti piani che ci siamo detti: della formazione, del lavoro, delle relazioni sociali, di quelle affettive, dei ruoli che avremmo dovuto, ma non abbiamo saputo o voluto assolvere.

Però con la consapevolezza, a questo punto, che possiamo ripartire da tali esperienza per elaborare il nuovo e continuare ad apprendere, ferma la possibilità di ulteriori nuovi errori e fallimenti; dai quali, seppur a fatica, dovremo necessariamente ripartire, valorizzando le piccole o grandi acquisizioni della nostra vita.

Per contatti e servizi: L’altra educazione – Perspectives in Educational Work

https://educationaltutoring.wordpress.com/2020/05/10/percorsi-in-pedagogia-preventiva-servizi-educativi-per-adulti-genitori-ragazzi-e-famiglie/