
Francesco Mattioli, sociologo
Spiace scoprire che una persona colta come D’Arpini confonda i valori di base di una fede e la religione come prodotto storico dell’evoluzione umana.
Questa distinzione, che appare netta in moltissimi studiosi delle religioni, da Durkheim a Mauss, da Eliade a Luhmann, è necessaria, altrimenti non si capirebbe come il Cristianesimo possa produrre contemporaneamente Francesco d’Assisi e Torquemada, Agostino e gli assassini di Ipazia, o possa annoverare un papa Borgia accanto a un Giovanni Paolo II; come l’Ebraismo abbia prodotto il Cantico delle Creature e narri l’efferato episodio di Sichem, di Dina e dei suoi fratelli; come l’Islam annoveri lo spiritualismo sufi e il truculento jihad dei terroristi; e come il Buddismo possa dividersi tra la introspezione zen e il genocidio dei rohingya.
Il fatto è che confondere un nucleo di valori etici, quale è una fede, con l’azione di individui e gruppi di potere che approfittano di una religione per dare corso al loro fanatismo, al loro estremismo o soltanto alla protezione dei propri interessi, è segnale di pregiudizio.
Che cosa è il pregiudizio, se non una costruzione di senso che esalta le proprie credenze e mortifica quelle altrui per sentirsi dalla parte della ragione? Tutti noi soffriamo di pregiudizi, e D’Arpini purtroppo non è, né potrebbe, esserne esente; beninteso, come accade anche al sottoscritto. Ma si può cercare di mettere a frutto la ragione, quanto meno per ridimensionare la virulenza del pregiudizio, affidandosi all’informazione, al sapere, alla constatazione che il giusto non sta mai solo da una parte.
Così, nel giudicare tra Cristianesimo, Ebraismo e Islam, ma anche il buddismo e le altre varianti religiose orientali, probabilmente conviene affidarsi ai testi base, prima ancora che alla vasta apologetica o ai comportamenti dei credenti, cioè a certe loro reinterpretazioni storiche di parte della Parola.
Allora, vedo innanzitutto che il Vecchio Testamento appare molto diseguale, tra la Torah scritta e testi prodotti all’epoca dell’umanesimo ellenistico, in specie certa letteratura rabbinica; e tuttavia non si disconoscono gli scritti che descrivono il Dio combattente di un popolo di pastori monoteisti che si stava facendo largo in Palestina.
L’Islam, l’ho scritto anche altrove, si basa su un Libro che in molti capitoli (sure) incita esplicitamente alla violenza e alla guerra, oltre che ad una decisa gerarchizzazione nei rapporti di genere. Le filosofie orientali –anche questo l’ho messo in evidenza altrove - offrono un messaggio di pace e di arricchimento interiore ma nulla dicono su come tradurre tutto questo anche in un messaggio sociale di intervento a favore della libertà , e della collettività e a fronte delle miserie della storia umana.
Al di là di tutto ciò, e indipendentemente dal valutare al meglio o al peggio le altre “religioni” (comprese quelle che celebrano l’ateismo umanistico-sociale o naturalistico), come ho già avuto modo di far notare il Cristianesimo si basa su un Libro, il Vangelo, il cui messaggio è letteralmente e esclusivamente messaggio di amore, rispetto, responsabilità e desiderio di fare il bene del prossimo in termini di dignità, giustizia, uguaglianza.
Ora, diventa del tutto strumentale definire “cristiani”, cioè seguaci della Parola di Cristo, i fanatici torturatori di Ipazia: perché se d’Arpini è uomo d’onore e di cultura, come è, certamente non si può permettere di credere veramente ad una equazione del genere. Piuttosto, quell’episodio efferato, uno dei tanti, va classificato tra le degenerazioni “umane” di un messaggio etico di tutt’altra natura.
Il discorso può certamente valere per qualsiasi altra religione, occhiutamente piegata alle voglie di un qualche estremismo politico-sociale; ma vale segnatamente per il Cristianesimo, che non offre neppure teoricamente, a livello puramente filosofico e letterario, una qualsiasi sponda per certe forme di violenza.
