Giuseppe Di Prima

Uno studio apparso su Aging Clinical & Experimental Research sembra offrire indicazioni interessanti, tutte da confermare, in chiave di possibile utilità in termini di difese per il coronavirus.

La novità è sull’utilità della vitamina D perché ha diversi ruoli positivi per l’organismo, tra cui un’azione di stimolo alle difese immunitarie. Non si può e non si deve pensare infatti solamente all’osteoporosi.

E’ stata osservata un’associazione con minore mortalità durante l’attuale pandemia. La ricerca congiunta tra l’Università Anglia Ruskin e l’Ospedale Queen Elizabeth di Londra, infatti, offre solamente uno spaccato di rilevazione di dati, ma non segnala un preciso rapporto causa-effetto. Pare proprio che in base allo studio si possa osservare un’associazione tra livelli ridotti di vitamina D e maggior impatto della patologia, sia in termini numerici che sotto l’aspetto della gravità del quadro di  Covid-19 e quindi della mortalità. 

In generale, infatti, tassi minori di vitamina D sono stati osservati nelle popolazioni spagnole ed italiane, dove i tassi di letalità appaiono elevati. Va detto che questa possibile associazione si potrebbe spiegare con l’azione che la vitamina D può giocare in termini di attività anti-infiammatoria, ovvero come elemento che può in qualche modo influire positivamente sulla “tempesta” di citochine che fortunatamente si manifesta solamente in pochi casi ma può essere alla base degli aggravamenti legati all’infezione.

Su questo fronte occorre però aggiungere un ulteriore dato, che viene dall’esperienza dell’ambulatorio Post-Covid del Policlinico Gemelli di Roma. Stando ai primi dati su soggetti che hanno superato l’infezione, esaminati da Francesco Landi, docente di Geriatria all’Università Cattolica di Roma e responsabile del centro che segue le persone che hanno superato l’infezione, i valori di vitamina D sono estremamente bassi in queste situazione, specie se si tratta di anziani.

Nei mesi scorsi, se siamo stati attenti all’alimentazione. forse siamo riusciti a mettere un ingrediente fondamentale per la produzione di vitamina D da parte dell’organismo, ma in qualche caso probabilmente non abbiamo reso disponibile a sufficienza l’altro ingrediente basilare perché si assorba il calcio: la luce solare.

La carenza di vitamina D nella popolazione è sostanzialmente dovuta a due motivi: lo stile di vita sedentario, peggiorato durante la quarantena per il Covid-19 che ha limitato la possibilità di stare all’aria aperta e l’alimentazione, che anche con diete particolarmente attente, arriva ad impattare solo per il 20 per cento del fabbisogno di vitamina D.

Come riporta lo studio scientifico sulla popolazione europea sopracitato, esiste però una seconda novità certamente inaspettata: si tratta di un fenomeno epidemiologico che vede una inattesa maggiore prevalenza di ipovitaminosi D nei Paesi del bacino del Mediterraneo rispetto ai Paesi del Nord Europa, nei quali è stata per tempo intrapresa una politica di fortificazione degli alimenti con vitamina D, basata sulla consapevolezza dell’inefficienza dell’irraggiamento solare.

Sul fronte dei potenziali pericoli, bisogna sempre ricordare che ci sono soggetti particolarmente a rischio di carenza, in particolare quelli che hanno un forte sovrappeso e un indice di massa corporea superiore a 30, negli adulti e soprattutto negli anziani per i quali sarebbero importanti almeno quaranta minuti al giorno di esposizione alla luce del sole. Sul fronte alimentare, altro mattone fondamentale per avere un giusto quantitativo di vitamina D, conviene dare via libera al pesce: in particolare i pesci grassi, come gli sgombri o il salmone.

Anche alcuni formaggi grassi  oltre a uova e burro possono rappresentare una buona fonte di questa vitamina. L’età è sicuramente un fattore chiave per la disponibilità di vitamina D, che tende a ridursi soprattutto negli anziani, ma non bisogna dimenticare nemmeno che cure prolungate con farmaci derivati dal cortisone possono influire sulla diminuita presenza di vitamina D nell’organismo.