
Silvia/Aisha Romano

Francesco Mattioli, sociologo
Capisco lo stato d’animo di Stefano Marini Balestra a proposito della vicenda di Silvia/Aisha Romano. Credo che siamo rimasti un po’ tutti sconcertati dalla rivelazione di essersi convertita all’Islam, anche se le reazioni sono state diverse: c’è chi si è indignato, chi ha compreso, chi ha cercato di glissare o di capire più a fondo la vicenda.
Stefano ha avuto una reazione simile a quella di Vittorio Sgarbi, che se è un ottimo critico d’arte resta un impulsivo e talvolta sbracato attore politico che con le sue idee non fa molto testo (non si può essere esperti di tutto, e non comunque allo stesso modo); persino la coppia Salvini-Meloni – abituata a fare di ogni erba un fascio (oops…) - ha provato a non indignarsi, semmai a porsi inquiete domande.
Personalmente, mi chiedo come un/una cristiano/a possa convertirsi all’Islam. Soprattutto una persona che ha scelto di dare corso al principio evangelico dell’aiuto ai deboli attraverso opere di pace. Per carità, in nome di Cristo sono state commesse inenarrabili violenze in passato; così come in nome dell’Islam. Con qualche differenza; che la violenza cristiana appartiene quasi esclusivamente al passato, mentre quella islamica è ancora ben viva e vegeta. E’ possibile che Silvia avesse visto intorno a sé un cristianesimo bigotto, distratto, inefficace, e se ne stesse allontanando? Ma d’altronde nel frattempo che Islam aveva conosciuto?
Quello moderno, riformista e illuminato che convive in occidente con le altre religioni del Libro, o quello che sottopone le donne ad umiliazioni sociali e fisiche? Quello che pratica la violenza sui deboli? Quello che costringe ad abbracciare il Corano con la forza? Silvia/Aisha dice di essersi convertita all’Islam leggendo il Corano. Immagino che a suo tempo abbia letto anche il Vangelo. Vi ha trovato differenze? Ha trovato nel Vangelo i concetti espressi in alcune delle sure coraniche dove si incita alla guerra santa e alla conversione forzosa? Ha trovato nel Vangelo parole che sottomettono e mortificano la donna?
Ovviamente queste domande andrebbero fatte a lei; ma non è importante. Non credo che ci si debba accanire sulla biografia di una persona che ha il diritto di essere debole, di essere disinformata, di reagire come meglio si sente ad esperienze eccezionali e traumatiche.
Rubricherei gli atteggiamenti e le scelte di Silvia/Aisha ad un evidente caso di “sindrome di Stoccolma”; che gli studiosi di relazioni interpersonali conoscono bene e sulla quale non è generoso ricamare, perché la sua evoluzione, quale essa sia, esigerà tempi lunghi e soprattutto esige fin da ora il rispetto per la “vittima”.
Le domande, le indignazioni, le riflessioni le riserverei semmai alla vicenda nel suo complesso. Alcuni asseriscono che, visto il pericolo potenziale che si annida in taluni territori e in considerazione del fatto che la liberazione di un sequestrato muove soldi pubblici, chi decide di praticare le sue vocazioni altruistiche deve sapere di farlo a suo rischio e pericolo. Perché oltre tutto, diventando merce di scambio, alimenta il mercato dei ricatti e arricchisce il terrorismo; alcuni paesi occidentali adottano questa strategia, abbandonando di fatto il sequestrato al proprio destino.
Non è detto che sia la strategia migliore, per lo meno sul piano etico; si argomenta infatti che uno Stato ha il dovere di aiutare un suo cittadino in difficoltà e in pericolo, soprattutto se sta svolgendo un’opera umanitaria disarmata che i qualche modo fa riferimento ai principi della propria Costituzione. Sono questi dubbi, queste diverse interpretazioni dei casi di sequestro che conducono al massimo riserbo delle autorità sulle modalità di liberazione; senza contare che la parte avversa si vanterebbe di aver vinto, di aver intascato il riscatto anche se non fosse vero, perché la propaganda politica è fatta, da millenni, di fake news.
Credo che sia presto per giudicare. Restano i fatti. Una ragazza, di religione e /o cultura cristiana, che opera in territori pericolosi, che viene sequestrata e tenuta in ostaggio per 18 mesi da una organizzazione terroristica islamica a fini di scambio; la liberazione dopo una lunga serie di operazioni di intelligence internazionale; lei che torna tra le braccia della famiglia asserendo di aver abbracciato liberamente la religione islamica. Punto. Per ora.
Poi verrà il tempo per ciascuno di noi di costruire su basi più solide le proprie riflessioni, le proprie maldicenze, le proprie preoccupazioni, le proprie spiegazioni; ma che, qualunque esse siano, appaiono oggi premature.
