

Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
La transumanza
Vecchi percorsi di polvere antica
segnano il passo alle teste abbassate
sopra le tracce, segnate a fatica
poi ricalcate da zampe ammucchiate
e la calura, dell’ombra nemica,
grava le schiene di lana imbiancate:
suoni fischiati con suoni belati
misti a ruggiti e nitriti innalzati.

E, mentre il sole percuote gli armenti,
la transumanza il confine abbandona
e la Maremma, dai pascoli ardenti,
l’estiva fuga alle greggi perdona,
e la Maremma quei passi salenti
aspetta muta, da serva e padrona:
all’orizzonte rivolge l’attesa
dalla montagna lontana e discesa.
Per l’erba grassa dall’aria malsana
le pingui bestie, dall’acre sudore
della pianura, la terra nostrana
col suo salmastro, dal forte sapore,
vollero i pascoli e l’erba montana
nel transumare il profitto al signore;
poi, con l’autunno, di nuovo il Tirreno,
mare del tanto, del poco e del meno.
E per garzoni, pastori e mandriani
lo spostamento fu solo evasione
perché nei giorni, restando lontani,
restò immutata la lor convinzione,
quella di vivere da maremmani,
ferma, comunque, la loro condizione:
purché vivessero insieme al Tirreno,
mare del tanto, del poco e del meno.
