
Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
La Maremma che fu (narrazione e poesia)
In vino veritas
Una doverosa premessa.
Negli anni passati, in verità ormai da diverso tempo, era praticato anche in Maremma (e limitatamente ancora lo è, ma siamo agli epigoni) il cantare a braccio, cioè improvvisato o estemporaneo o bernesco: poesia in rima nel metro e nella cadenza dell’ottava.
Preciso: Il poetare a braccio cantando nel “contrasto” (praticato in Abruzzo, Toscana e Maremma laziale) è una forma culturale di composizione, sviluppata in canto che abbiamo quando due poeti cantori si contrappongono su temi assegnati.
Questo si sviluppa in quattro ottave e vige l’obbligo di legare l’ottava successiva con i due versi finali della precedente (settimo e ottavo: la cosiddetta “martellata”.)
La contrapposizione era comunemente definita “tirar l’ottava” e l’ambente e il clima si ritrovavano maggiormente nelle bettole e nelle osterie, perché il vino ispirava e rendeva più facile l’improvvisazione cantata.
…..
Ebbene, nei paesi della nostra Maremma c’erano diversi poeti, ma il più bravo di tutti era un certo Giovanni, conosciuto e premiato nel territorio. Soprannominato “il poeta”, che faceva il pecoraio, condizione professionale che, allora, non impegnava nel lavoro continuato perché le pecore al pascolo lasciavano la possibilità dell’esercizio. Poi c’erano gli emuli, i dilettanti. Tra questi si distingueva un certo Lorenzo di professione scopino e, a tempo perso, "tombarolo", soprannominato “poetastro” per la manifesta incapacità di tirar di rima, ma con la presunzione ingiustificata e strettamente personale della bravura, che lo distingueva invece nel sorseggiare, insomma un buon seguace del dio Bacco.
Una sera, d’inverno, volle il caso che i due s’incontrassero in osteria (la televisione era di là da venire) e, tra un bicchiere e l’altro, su furbesca sollecitazione dei compagni di bevuta, Lorenzo volle sfidare Giovanni.
Questo rispose che non era il caso, ma l’altro, per tutta risposta, lo accusò di essere presuntuoso e un pallone gonfiato, Si arrivò così al tema del “contrasto”, cioè il vino e l’olio. Giovanni chiuse la sua prima martellata con uva. Infatti così erano i due endecasillabi finali della prima ottava: “e in cantina allor ognun coadiuva (licenza poetica) /a spremere quel nettare dell’uva.” Lorenzo quindi doveva tirar la sua ottava, riprendendo il primo endecasillabo con uva. C’è però il fatto che nella nostra lingua, per quanto ricca, il frutto del dio Bacco non ha riscontri da rimare, se non il verbo coadiuvare nella terza persona del presente indicativo.
Lorenzo si preparò per il canto e passò mentalmente in rassegna, nel suo sguarnito vocabolario, le parole con quella stramaledetta terminazione. Penava e sorseggiava, emetteva sospiri e incomprensibili suoni, faceva pause e tentava di nuovo: tutto inutile. Provò con le assonanze, tipo brava, lava, uova etc., ma fu bloccato per manifesto non mancato rispetto della rima.
Allora il “poetastro”iniziò un rosario di bestemmie non cantate e non improvvisate, ma certamente vigorose (nella nostra Maremma il vocabolario blasfemo non era da meno a quello toscano), inveì contro il contrastante e si stava per arrivare alle mani. L’oste intervenne e le acque si calmarono. Lorenzo s’incamminò verso casa, continuando nel suo rosario e ripensando a mente qualche parola che si collegasse alla stramaledetta –uva.Giunto alla magione, la moglie di nome Martina, ma detta nella forma ipocoristica Tina, gli domandò del perché di quello stato di eccitazione e lo invitò a bere un bicchiere di vino che, altre volte, aveva funzionato come una tazza di camomilla. Per tutta risposta Lorenzo mollò uno schiaffo, beffato dal rapporto uva-vino. La consorte, con la guancia rossa, si ritirò in camera, domandandosi il perché di quel contrasto manesco. Il marito in cucina continuava a ripetere uova, ava, nuova, lava, riva, e via di seguito, facendo affidamento all’assonanza. Tina, sentendolo ripetere parole con finale in –va, pensando di fargli piacere, grido dalla camera “evviva!” Il “poetastro”, furioso mollò un secondo schiaffo.
Come ancora accade sono di solito le donne a subire, anche inconsapevolmente.
Figurarsi nella Maremma che fu!
