Viterbo CRONACA dei ricordi
di Bruno Matteacci


Piazza Verdi negli anni '50, a sinistra è Corso Italia, a destra Via Marconi
(Archivio Mauro Galeotti)

Era il 29 agosto del 1952, sì, sessantadue anni ormai trascorsi, grazie a Dio e a due persone, che voglio ricordare, con affetto e riconoscenza, nel raccontare ciò che avvenne alle ore 23,30  di quel giorno.

Nell'aria si respirava il clima delle festività di Santa Rosa. Viterbo era  prossima al trasporto della Macchina di Santa Rosa molti Viterbesi erano sul Piazzale Gramsci, dove sostava il Luna park.

C'era tutto: clima primaverile, religione, gioventù, divertimenti, mancava l'attimo fugace per un saluto alla propria fidanzatina che mi aspettava, in prossimità della sua abitazione, a Pianoscarano.

La distanza era tanta, il tempo a nostra disposizione era molto limitato, quindi avevo una sola soluzione, contraddire a quanto mi aveva proibito mio padre e prendere la bicicletta.

Fu tutto un attimo, presi la fedele bicicletta del babbo, con la quale fece il lungo viaggio, per cercare lavoro, da Gubbio a Littoria, l'attuale Latina, per poi fermarsi a Viterbo.

Ricordo che, prima di giungere all'ambita meta, passai da piazzale Gramsci per salutare amici e prendere accordi per i giorni successivi, poi mi avviai, a forte velocità attraversando Piazza della Rocca e giù per Via Giacomo Matteotti, con l'intento di imboccare Corso Italia e proseguire fino a Piazza del Plebiscito e, poi, incanalarmi nel quartiere medioevale. 

Ma il destino volle che alla "Svolta", ossia dove inizia il Corso da Piazza Verdi, per inefficienza dei freni, andai a sbattere violentemente contro la vetrina a muro sita a fianco dell'ingresso del negozio di Salcini, negozio ora gestito dal Mario Miani col bar caffè.

Lo scontro fu violento, la vetrina andò totalmente in frantumi.

Io ero ferito in varie parti del corpo, perdevo molto sangue, mi sentivo venire meno, mentre voci molto lontane dicevano: "E’ morto, è morto, non lo toccate". A questo punto, svenni e il resto mi è stato raccontato.

Erano presenti al fatto, Enrico Guidi, detto "Bocchettone", sostenitore del mio decesso e il gestore del bar, in via Guglielmo Marconi, Ugo Cappetti, detto Putiferio.
Per mia fortuna si trovò a passare Teresa Turchetti che disse: "Ma che morto. ma che morto, questo è vivo!”, e fece fermare un’auto in transito, era una Fiat 1400.                                                                    
Grazie a quella signora, che io ho sempre chiamata "zia Teresa" ed al proprietario dell'auto, se oggi scrivo questi ricordi.

Fui ricoverato al pronto soccorso della Clinica "Salus" in Piazzale Gramsci, dove mi misero 51 punti di sutura alla gamba, alla spalla, alla mano, al braccio. Dio volle che mi salvai il viso in quanto, con la mano sinistra, lo parai.

La sera del 3 settembre i miei amici vollero portarmi a vedere la Macchina di Santa Rosa e tra la folla a Piazza del Sacrario, una spinta, non voluta, e tantomeno gradita, mi fece rompere cinque punti della ferita che avevo sulla spalla, ciò mi costrinse di ritornare alla Clinica Salus.

In premessa ho parlato di due persone che volevo ricordare con affetto. La seconda persona la incontrai e quindi la conobbi circa una ventina di anni dopo il fatto. Un giorno un distinto signore venne, nel mio ufficio per concordare l’imposta di famiglia, fu ricevuto nel mio ufficio. Facemmo la normale operazione e ci salutammo.

Giunto sull'uscio dell’ufficio, con un dolce sorriso, mi disse: "Scusi direttore, ma lei per caso, tanti anni fa, ha avuto un incidente con la bicicletta?".

Per me fu come se si fosse accesa una lampadina, sussurrai, "Allora è Lei che mi ha trasportato alla clinica!".

Sì, era Enzo Parenti.

Un forte e caloroso abbraccio suggellò la nostra amicizia e fino a quando potrò pregare, ricorderò quelle due belle persone che hanno salvato la mia vita, Enzo Parenti e “zia” Teresa Turchetti.

Bruno Matteacci