Viterbo CRONACA La notte delle volpi affamate (Una storia vera, raccontata con un pizzico di fantasia)

 

Anno 1944. Avevo 6 anni ed ero ‘sfollato’. Vivevo presso certi zii a Montano, un paese arroccato sui monti Cimini, Montano non è il nome vero, ma lo chiamo così per riservatezza nei confronti dei protagonisti della storia.   

     Ho tanti ricordi di quel periodo che fu drammatico per le vicende della guerra che si avviava alla fine disastrosa. Ma ad un bambino come me sembrò, e mi sembra ancora nel ricordo, un periodo piuttosto avventuroso, eccitante e divertente.

      Forse il termine ‘sfollato’ richiede un chiarimento per chi non ha vissuto la seconda ‘grande guerra’ oppure ne ha sentito parlare poco. Dunque, con quella parola si indicava chi aveva dovuto abbandonare la propria normale abitazione a causa dei bombardamenti che gli alleati, gli anglo-americani,  facevano indiscriminatamente dovunque ci fosse una caserma, una ferrovia, un ponte, o semplicemente il sospetto di una presenza militare tedesca.

      I vecchi viterbesi ricordano bene quei bombardamenti. Dal 29.7.1943 al 7.6.1944 la città di Viterbo subì 48 incursioni aeree con sganci di bombe che determinarono la morte di 1017 civili e la distruzione o un grave danneggiamento con inagibilità di 900 edifici.  Per capirci, gli alleati bombardavano con quella disinvoltura e giustificazione che usano oggi gli israeliani a Gaza.

      Gli sfollati vivevano dunque da rifugiati in qualche piccolo centro tranquillo, lontano da ferrovie e strade principali, come era appunto Montano. Così si evitava, o almeno si riduceva, il rischio dei bombardamenti.

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      A quel tempo, in un piccolo paese agricolo come Montano, la gente pensava a lavorare e ognuno si faceva i fatti propri. La guerra era lontana. Della guerra si avevano solo notizie ufficiali, e quindi false, dalla radio, cioè da quelle poche radio che stavano nelle case dei “signori”: il podestà, il segretario del PNF (partito nazionale fascista), il parroco e alcuni  proprietari terrieri benestanti.           Ogni tanto passavano in cielo, molto in alto, gli aerei “B.24 Liberator” che dovevano bombardare Viterbo e Orte Scalo.

     I tedeschi occupavano militarmente il territorio, ma davano poco fastidio. Avevano impiantato un comando di livello intermedio in una villa in campagna e venivano in paese per acquistare quel poco che si poteva trovare nei negozi, più che altro prodotti alimentari locali: verdura, frutta e carne di maiale. L’unico effetto tangibile della guerra era l’assenza dei giovani tutti chiamati alle armi, molti dei quali erano morti in combattimento o, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, erano stati deportati in Germania come prigionieri di guerra o si erano sbandati.

      Si sentiva però anche una povertà diffusa, una miseria, più fastidiosa che drammatica. Non era proprio fame, ma piuttosto penuria, che, confrontata con un certo benessere ante guerra, comportava tristezza e nostalgia. Invece stavano male, pativano anche la fame, gli sfollati che, esauriti rapidamente i pochi denari e  venduti gli oggetti preziosi che avevano portato con sé, vivevano di espedienti e spesso di carità.

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     Nella tarda primavera del 1944 i tedeschi abbandonarono la zona per ritirarsi a nord dove si stavano attestando sulla ‘linea gotica’ per resistere all’avanzata degli alleati. Gli alleati arrivarono a Montano qualche giorno dopo la partenza dei tedeschi. In quell’intervallo di tempo, fra la ritirata dei tedeschi e l’arrivo degli alleati, non c’era alcuna autorità né civile né militare, tuttavia la vita si svolgeva tranquillamente e pacificamente anche in assenza di podestà e di forze dell’ordine.

      Però, come dice il proverbio?  “Quando manca il gatto i topi diventano coraggiosi e intraprendenti”. Non dice proprio così, ma questa versione è più realistica del classico “ballano”. Non voglio fare il pignolo, ma qualcuno ha mai visto dei topi che ballano?

      Dunque ho detto che c’era penuria, però si sapeva che in un magazzino, chiamato ufficialmente “Ammasso”, erano accantonate favolose provviste. Non si sapeva bene che cosa e in quale quantità. C’era chi parlava di grano, chi di farina, chi di olio. Qualcuno fantasticava di  formaggio caprino e pecorino, di noci e di nocciole, e addirittura di zucchero e caffè. Alle parole “zucchero e caffè” gli occhi dei paesani si illuminavano di desiderio per quella favolosa bevanda che la guerra aveva sostituito con il surrogato di orzo o, peggio, di cicoria tostata.

      In quell’intervallo di tempo caratterizzato dalla mancanza delle autorità, alcuni presero  coraggio e progettarono di appropriarsi di quelle cose buone conservate nell’Ammasso. Erano soprattutto i più affamati, cioè gli sfollati e i paesani più poveri che meditavano il colpaccio. Si passavano voce di nascosto, facevano progetti, aspettavano una notte di tempo brutto che gli avrebbe consentito di agire con più tranquillità. Ma quello era un periodo di tempo eccezionalmente buono, poche nuvole e niente pioggia.

       Una notte, con la luna calante e pure velata da una certa nuvolaglia, si mossero. Erano nove uomini maturi, quattro sfollati e cinque paesani, tutti eccitati, ma anche un po’ spaventati da quello che si preparavano a fare.  Era gente onesta che in tempi normali mai avrebbe pensato di sporcarsi la coscienza compiendo un furto con scasso. Quello però non era un tempo normale

      L’Ammasso stava in un magazzino proprio ai margini del paese. Si avviarono alla spicciolata per non dare nell’occhio e si trovarono insieme davanti al portone del magazzino.

     Ci fu subito la difficoltà di forzare quel portone, che era di legno robusto e fissato con grossi cardini di ferro e sprangato all’interno.  Spingerlo non servì a niente. Nemmeno si muoveva. Cominciarono i primi dubbi. Uno disse: “Ma chi ce lo fa ffa’ de rischià così?”. Altri contribuirono ad aumentare la dose di incertezza: “Adesso pe’ aprì dovemo fa’ un fracasso tale che la gente sentirà e chissà che succede!”, “Che bravi latri che simo! nun ce simo portati manco un ferro!”,  “Sapete che è? Io me ne torno a casa.”

      In circostanze come questa, quando il desiderio di fare si indebolisce di fronte alle prime difficoltà, ci vuole un capo, uno che dia sicurezza e sappia decidere. Magari è più incerto degli altri, ha la stessa paura, ma si sente istintivamente predestinato, sente il dovere di fare da guida e si assume l’incarico di dare ordini. Se le cose vanno male, poi se ne pente; ma se vanno bene, diventa un eroe.

      Uno dei quattro sfollati era stato capo reparto in una ditta di Roma. Era abituato a comandare e sentì il dovere di fare il capo, alzò un braccio per ottenere l’attenzione del gruppo e con tono autoritario disse: “Ma che siamo conigli? Abbiamo progettato tutto con la scaltrezza delle volpi… e ora pensiamo di scappare come conigli? Io dico di sfondare. Facciamo le volpi coraggiose almeno una volta nella vita! Poi, se è necessario, scappiamo pure, ma da volpi coraggiose, non da conigli…”.

      Uno mormorò: “Seè! Volpi coraggiose? Dicemo: Volpi affamate!”. Tutti fecero un sorriso di complicità e un mormorio di approvazione per quest’ultima affermazione. Parafrasando padre Dante direi che “Più che il timor poté il digiuno!”. Dunque approvarono la proposta del romano.

      Si fece un piano di operazioni. Occorreva qualche cosa di robusto per fare leva. Quello che abitava più vicino andò a prendere un piccone. Tornò. Inserirono il piccone fra i battenti del portone e in due fecero leva. Il portone cedette all’improvviso con un fracasso che parve un’esplosione, così tanto il rumore fu ingigantito dall’eco nell’ambiente vasto e dal contrasto con il silenzio assoluto della notte.

       Le “volpi affamate”, ma poco coraggiose, ebbero brividi di paura; rimasero in attesa di un  possibile segnale di pericolo, pronte a scappare.  Qualche fioca luce di candela si accese nelle case vicine e baluginò alle finestre. La corrente elettrica non c’era quasi mai. Ma nessuno intervenne e i lumi si spensero.

       Ripreso coraggio gli uomini entrarono, annasparono al buio e trovarono i primi sacchi. Ognuno prese quello che gli capitò e svelto si avviò verso casa.

       Incoraggiati dal successo e dalla mancanza di qualsiasi reazione gli uomini tornarono e a più riprese si rifornirono. Furono come volpi che depredano un pollaio senza essere disturbate nemmeno da un cane.

       Intanto però, svegliati dal rumore dello scasso e incuriositi dall’andirivieni, quelli che abitavano vicini all’ammasso capirono quello che stava succedendo e uscirono a prender parte a quel rifornimento tanto insperato quanto facile.

       Anche zio Peppe, il proprietario della casa dove io stavo da sfollato, decise di partecipare al saccheggio, nonostante le raccomandazioni della moglie Rosa che gli consigliava di essere prudente, ché tanto in casa c’era tutto e noi non avevamo penuria.

       “ Ma lo caffè e lo cacio ce manca. Ajo sentito che là ce stanno cacio e caffè. Ah Rosì, mo’vajo a veda e cerco de pijanne ”. Così disse e si avviò.

        Tornò pochi minuti dopo con un sacco portato a bisaccia nel quale si intravvedevano le sagome di due belle classiche forme di pecorino stagionato. “Dimà lo rropimo!” disse, e ordinò  “Addè, tutti a dormì!”

         Il giorno dopo zia Rosa preparò una spianatoia di fettuccine e una pentola di ragù con la salsiccia; zio Peppe aprì il sacco e ne trasse una bella forma di pecorino, di quello buono, stagionato, con la scorza scura. Lo mise sul tavolo, prese un coltello robusto e provò a spaccare la forma. Ma il coltello non riusciva ad inciderla, faceva appena delle scalfitture. “Ammazza, quantè tosto!” esclamo zio Peppe. Poi prese un’accetta, dette alla forma un bel colpo deciso e ne staccò una grossa scheggia. Era tutta nera anche all’interno. Mio zio l’annusò ed esclamò: “Porca puttana! Nun è pecorino. E’ bitume!”

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