Viterbo CRONACA avere pazienza nei confronti dei nostri amministratori
di Claudio Santella

La lotta è dura!
In una precedente chiacchierata chiedemmo ai cittadini viterbesi di avere pazienza nei confronti dei nostri amministratori e li esortammo a non bussare subito alla porta degli stessi per sollecitare gli adempimenti delle varie promesse fatte durante la campagna elettorale.
Oggi preghiamo ancora i nostri concittadini di non essere impazienti nei confronti delle persone scelte per l'amministrazione della cosa pubblica, ma contestualmente, e per quello che può valere, ricordiamo agli eletti, vecchi e nuovi, che, come diceva il buon Totò, ogni limite ha una pazienza.
Siamo passati, per così dire, dalla prima alla seconda repubblica, dal pluralismo al bipolarismo, ci siamo vantati di questa trasformazione, che più opportunamente definirei trasformismo, perché anziché ad un mutamento più o meno vistoso di forma, intesa sia nei suoi caratteri esteriori che nei dati strutturali, ivi compresi i processi intimi della vita spirituale, abbiamo assistito e stiamo assistendo ad un processo virtuale di dissolvimento dei partiti storici italiani ed al persistente prevalere di una azione governativa che ricerca di volta in volta le proprie maggioranze mediante una serie di accordi e di concessioni a gruppi ed, a volte, a singoli individui.
Le decisioni rapide, precise, trasparenti che la nuova forma politico-amministrativa prometteva o lasciva intravedere non hanno trovato e non riescono a trovare cittadinanza nella nostra cultura politica e sociale la quale, a giudicare dallo stato delle cose, tende sempre più a collocarsi nel riquadro inferiore sinistro del piano cartesiano.
Nulla di fatto è cambiato e siamo ancora al dum Romae consulitur che il cardinale Pappalardo ci ricordò in occasione dell'assassinio di Giovanni Falcone.
Del resto non ci dobbiamo meravigliare, perché gli uomini sono gli stessi, e coloro che sono cambiati sono della stessa scuola dei primi e peggiori di quelli: di conseguenza, poiché l'uomo è la misura delle cose, non ci si può aspettare nessun cambiamento, se non in peius.
Per coprire questo immobilismo, tutto cencelliano, o, se vogliamo, per continuare a tirare avanti la baracca, lorsignori sono stati costretti a cambiare nome alle varie ditte, ma, nella sostanza, nulla è cambiato.
In questo eterno gioco di bussolotti i cittadini, more solito, se la sono presa bellamente nel secchio; "questo a me, questo a te, questo a quelli del Vajont", recita un adagio popolare che trae origine da una barzelletta in voga all'epoca dello sciagurato evento in cui andò distrutto, insieme ad altri, il paese di Longarone.
La barzelletta finiva, naturalmente, con il gesto dell'ombrello indirizzato a quelli del Vajont. Guardate la nostra bella Viterbo, provincia compresa, in che stato è ridotta!
Sporcizia e stato di abbandono la fanno da padroni dappertutto e per di più con una spesa di gran lunga maggiore.
Guardate e riflettete in quale stato sono ridotti i cittadini viterbesi, non nell'aspetto, attenzione, ma nello spirito: ognuno pensa a se stesso, e pensa non a far bene, ma a star bene; non v'è più attuazione di un qualsiasi comportamento socialmente utile, il degrado si allarga a macchia d'olio, la legge del più forte la fa da padrona.
In tutto questo, poi, c'è chi, con una faccia come quell'altra, accenna ad uno Stato di diritto: di diritto sì, ma con una i in meno; del dritto, cioè a dire!
Che fare allora per porre un freno a tutto ciò? E necessario, a parere del sottoscritto, che i cittadini abbiano la possibilità reale di porre dei freni immediati ai vari eventi negativi che quotidianamente nascono, crescono e non muoiono nella vita sociale.
Come?
Una qualche idea la esternammo qualche tempo fa; forse è il caso di riprenderla, non abbandoniamoci, però, alla rassegnazione.
Claudio Santella
