Viterbo CRONACA La prefazione è del dott. Renzo Puccetti, medico chirurgo
di Giuseppe Bracchi
"Mamme che piangono, ovvero mamme che hanno vissuto e vivono la tragedia dell'aborto".
Sono testimonianze toccanti, raccolte in un breve, agile volumetto a cura di Giovanni Corbelli ed edito per i tipi di Fede e Cultura, unitamente alla breve presentazione di alcuni studi condotti da psicologi e psichiatri americani circa le conseguenze spesso tragiche di una scelta, quella dell'aborto compiuta nella totale indifferenza e, soprattutto, in solitudine.
La prefazione è del dott. Renzo Puccetti, medico chirurgo, specialista in medicina interna e membro della European Medical Association Research Unit.
Prevedo già due obiezioni che furono poi le stesse che il prof. Fergusson, capo ricercatore del progetto Abortion in young women and subsequent mental health (J. Child Psychol Psychiatry, 2006, pp. 14-16), si senti rivolgere dal quel mondo Accademico e scientifico troppo ancorato al preconcetto favorevole all'aborto, vale a dire il timore che lo studio e le problematiche sviscerate in anni di ricerche, sulla cui fondatezza scientifica, peraltro, nessuno aveva avuto nulla da ridire, potessero essere trasformate in una “partita di calcio politica” (sic!).
Oppure le solite accuse di terrorismo psicologico che i movimenti abortisti sono pronti a sbatterti in faccia ogniqualvolta, con sano realismo, ci sia qualcuno che cerca di mettere in guardia da una scelta che, come l'aborto, oltre ad avallare (seppur spesso in stato di costrizione e di solitudine) la soppressione di un essere umano, resta comunque un gesto dalle conseguenze tragiche ed imprevedibili.
Ebbene, il prof., Fergusson in una lettera inviata al Comitato scientifico scrisse che “sarebbe stato scientificamente irresponsabile non pubblicare i risultati a cause delle controversie”. Peraltro il prof. Fergusson da parte sua è autore di ben oltre cinquecento articoli scientifici, uno dei quali, “Aborto e disturbi mentali: evidenza da uno studio longitudinale di 30 anni”, che è stato pubblicato nel 2008 dal British Journal of Psychiatry. Non solo quella del prof. Fergusson è la ricerca presentata nel volume curato dal Corbelli, ma anche gli studi, seppure brevemente e nelle fasi salienti, di Gissler e Colemans, che lascio all'esame di tutti coloro che avranno intenzione di affrontare la lettura dell'opera.
A margine della presentazione del già citato volume, mi sia consentita una digressione, una breve memoria storica che ritengo sia necessaria. E riguarda molto da vicino una tristemente famosa sentenza della Corte Costituzionale italiana del 18 febbraio 1975 n. 27, la quale pur non facendone cenno, aprì la porta a quel principio di aborto terapeutico, al quale il nostrano movimento abortista tanto teneva. In sostanza in quella dimenticata sentenza, la Corte partorì, a mio avviso (ma non solo!), due mostri: da un lato usando scorrettamente termini giuridici per raggiungere una soluzione politica, dall'altro aprendo le porte all'aborto, non solo terapeutico, ma finanche eugenetico.
Per quanto riguarda la prima tesi la Corte Costituzionale, per giustificare la prevalenza della salute della madre sul diritto alla vita del concepito, ha infatti utilizzato il termine persona per introdurre la distinzione tra l'uomo già nato e quello che ancora deve nascere, senza peraltro spiegare in che senso viene usata la parola persona: in senso sociologico, filosofico o giuridico?
E d'altra parte la Corte Costituzionale è poi caduta in una insanabile contraddizione: se da un lato afferma che “la tutela del concepito ha fondamento costituzionale”, riconoscendogli il diritto alla vita e, dunque, riconoscendo il concepito come termine di riferimento di una personalità giuridica, come può poi la stessa Corte negare che sia persona? Dove è finito il principio di non contraddizione, tanto caro ad Aristotele?
Ci si chiede ancora: è possibile ipotizzare accanto al rango sociale, anche un rango ontologico, che conferirebbe maggior valore ad una persona, piuttosto che ad un'altra? A parte l'istintiva ripugnanza che suscitano certe domande, va da se che la difficoltà a rispondere positivamente al quesito sta tutta nel fatto che stabilire una tale gerarchia è del tutto arbitrario. Figuriamoci quando si tratta di un arbitrio giuridico, commesso da quel massimo organo di vigilanza, che è la Corte Costituzionale !!
Per dimostrare la seconda tesi, più sopra accennata, ovvero la stretta correlazione tra aborto terapeutico ed aborto eugenetico, partiamo ancora da una domanda: cosa si intende per diritto alla salute?
La Corte Costituzionale, pur non avendo specificato, nella sentenza n. 27 del febbraio 1975, ancorava la liceità dell'aborto alla presenza di”gravi malattie medicalmente accertabili”. Il fronte abortista riuscì tuttavia ad evitare anche questo impasse, introducendo il concetto di salute psichica come completo stato di benessere della donna, riuscendo così con la più classica delle fave a prendere due piccioni: da un lato si è fatto passare l'aborto come strumento di facile accesso anche di fronte ad uno stato di semplice contrarietà della donna di fronte ad una gravidanza, dall'altro lato si è aperta la strada all'aborto eugenetico.
Infatti, come argomenta con sapienza ed arguzia il prof. Cesare Mirabelli, Presidente emerito della Corte Costituzionale, “non solo avere un figlio, ma anche averlo sano può incidere sullo stato di salute: perché non posso confezionare il figlio adeguato alle mie aspettative, se queste sono l'elemento centrale della mia salute?”.
Torniamo ora al volume curato da Giovanni Corbelli, perché proprio in fatto di aborto terapeutico si è avverata una sorta di nemesi storica. La natura si sarebbe presa, cioè, la sua triste rivincita sul concetto di salute psichica della donna sbandierato per anni dal fronte abortista. A renderlo noto, pur con tutte le cautele del caso ed i limiti metodologici dello studio, è il dott. Gissler “L'aumento di rischio per un suicidio dopo un aborto volontario, oltre ad indicare fattori di rischio comuni ad entrambi, può essere dovuto ad un effetto negativo dell'aborto volontario sul benessere mentale.
Con i nostri dati, tuttavia, non è stato possibile studiare più accuratamente la causalità. Tuttavia i nostri dati mostrano chiaramente che le donne che hanno abortito volontariamente hanno un maggior rischio di suicidio, cosa di cui si dovrebbe tener conto per la prevenzione di queste morti”. (M Gissler, Suicides after pregnancy in Finland, 1987 - 1994: register linkare study, in: British Medical Journal, 1996, p. 313).
Infine, per concludere, mi sia consentito citare la testimonianza di una madre, di una donna: “Quella sera cominciai ad indossare una maschera per nascondere la mia vergogna, maschera che durò anni.
La vergogna era così forte che non volli compilare la ricetta per gli antibiotici. Non volevo che nessuno sapesse che cosa avevo fatto. Il dolore che soffrivo fu il peggiore dolore fisico e psicologico che abbia mai provato. Mi sentivo ingannata e violentata. Non avevo idea di cosa mi avrebbe fato l'aborto. Se qualcuno mi avesse solo messo in guardia, il mio bambino ed io avremmo potuto essere salvati”.
Giuseppe Bracchi
Pubblicista - Avvocato Ecclesiastico
Già difensore del Vincolo - TER Umbria
