Viterbo CRONACA Tra i tanti modi di chiamare i nostri fratelli color cioccolato...

Terza riflessione: La razza non conta, l’educazione ricevuta, si!
Mi permetto di accettare l’invito a formulare la terza riflessione a seguito delle due proposte dal lettore Agostino Giovanni Pasquali, a margine del suo racconto sugli educatissimi e competenti spazzacamini “afro” che temeva di offendere chiamandoli neri o negri.
Tra i tanti modi di chiamare i nostri fratelli color cioccolato, non sapendo se siano afro-americani o afro-europei o afro-africani, un appellativo moderno e pure simpatico, può essere “afro”.
Credo che il problema dell’appellativo sia solo nostro, per la nostra cattiva coscienza che ci ricorda di aver sempre detto “negro” pensando “schiavo” o “incivile”.
Loro si definiscono “neri” proprio per distinguersi da noi “bianchi” e incivili, da secoli, nei loro confronti.
La differenza di cultura, stile di vita, religione, approccio col prossimo, ideale politico, cibo, ecc., è all’origine dei contrasti tra tutti i popoli, anche nell’ambito del medesimo continente. In Italia è da sempre il pomo della discordia tra gli “indigeni” delle diverse regioni.
Quante volte abbiamo usato “napoletano” come aggettivo squalificante? E quante altre “milanese”, a mo’ di parolaccia? Se poi uno non ha voglia di lavorare o è troppo facilone, definirlo “romano” è quasi d’obbligo.
Poi c’è la presunzione di delinquenza abituale, associata all’extracomunitario e all’“ormai comunitario” dell’est. A me sembra che di delinquenti abituali e di affamati indotti a delinquere ce ne siano di ogni razza e colore. Noi li abbiamo esportati in America all’inizio del ‘900, i paesi africani ed europei dell’est ce li scaricano oggi, con gran guadagno dei veri delinquenti, che fanno affari d’oro traghettando masse di disperati nell’unico avamposto scoperto dell’Europa “perbene”: l’Italia. La filiera dello sfruttamento prosegue, poi, con il reclutamento di “vucumprà”, prostitute e lavoratori “in nero”(e non s’intenda quale colore della pelle!).
Personalmente, avendo girovagato tutta la vita ed incontrato tanta gente, ho concluso che i veri fattori di distinzione tra una brava persona, un delinquente e un individuo dai comportamenti incivili, risiedono nell’educazione familiare, scolastica e sociale ricevuta da ognuno. Una persona educata a rispettare se stesso e gli altri, indipendentemente dalla razza e dal ceto sociale, si confronta con un nuovo ambiente cercando di capirlo e di adottare un comportamento che gli faccia guadagnare il rispetto e l’accettazione da parte dei padroni di casa. Un cafone ignorante e spaventato, spesso diviene aggressivo e prepotente, cercando di spaventare gli altri per imporre la propria presenza.
Infine, c’è l’indole del soggetto ed il quoziente intellettivo che ne determinano la tendenza all’empatia o alla sopraffazione, all’onestà o al malaffare, ma anche questo riguarda tutti, persino gli imperturbabili cinesi. Questi ultimi ci hanno colonizzato in silenzio, con tanta educazione, senza dare fastidio a nessuno e sbarcando da navi e aerei con regolare biglietto e documento di identità. Adesso sono quasi i nostri padroni, ma mi sembra che nessuno ne abbia paura o pensi che siano dei delinquenti.
E quest’ultima considerazione mi sembra avvalori la tesi oggetto di questa riflessione: la razza non conta, l’educazione ricevuta, si!
Concluderò con una piccola storia metropolitana che fa il paio con quella degli spazzacamini neri:
La Lupa Mannara
I lavoratori pendolari viterbesi che ogni giorno si recano al centro di Roma, sanno bene come l’unica possibilità di rivedere i propri cari tutte le sere, sia connessa al rigoroso rispetto di una diabolica serie di coincidenze tra mezzi pubblici, calcolata sui tempi di Mennea…
Se siamo così fortunati da lavorare vicino ad una fermata della metropolitana, è sufficiente tuffarsi in un vagone stipato di gente fino all’inverosimile, scendere a Piazzale Flaminio dove, catapultandosi fuori della porta, ostruita da decine di viaggiatori che cercano di entrare, si devono salire di corsa una scala mobile e una rampa di scalini, dribblando numerose bancarelle e forzando la controcorrente di persone che scendono disordinatamente. Subito a destra, c’è l’ingresso della vecchia ferrovia Roma-Viterbo dove, superati i tornelli e attraversato di corsa il grande atrio affollato, ci si deve arrampicare sul predellino di un vecchio trenino, sempre stracolmo, per compiere il tragitto che ci porterà a Saxa Rubra.
Lì, dopo un’altra galoppata tra corridoi, scalinate e tornelli, a passo di bersagliere si raggiungerà (forse), l’altrettanto traboccante pullman Roma-Viterbo, dove si potrà sudare in santa pace, in piedi almeno fino a Campagnano, cercando di dominare l’imbarazzante fiatone e di raggiungere, almeno con un dito, il mancorrente superiore o la maniglia di un sedile, prima che il sadico autista affronti lo svincolo del Raccordo Anulare, alla maggior velocità possibile, scaraventandoci addosso agli altri passeggeri in piedi.
Questo calvario quotidiano viene condiviso con tanti altri, tra i quali molti stranieri che non si possono permettere una stanza nella capitale e abitano nei vari paesi delle province di Roma e Viterbo. Ti guardi intorno e ti sembra di essere all’assemblea dell’ONU. Aguzzi le orecchie per impicciarti un po’ dei loro discorsi, ma niente da fare, parlano ostrogoto e con tanti dialetti diversi. Gli italiani giocano col telefonino e non si filano nessuno.
Dopo qualche tempo, cominci a riconoscere i visi di coloro che si muovono nei tuoi stessi orari, condividendo con te parte del percorso. Qualcuno ti colpisce per il suo aspetto o per i suoi modi o per l’abbigliamento particolare.
Naturalmente, anche gli altri cominciano a riconoscerti e, quindi, capita anche che ogni tanto ci si scambi qualche parola, sul trenino o sul pullman. Dopo un anno, almeno uno o due conoscenti italiani te li sei guadagnati e, almeno, passi un po’ di tempo a chiacchierare.
Tra gli stranieri, mi aveva colpito una donna sui trentacinque, nera come la notte, con le sue mille treccine tutte allineate e un bel viso, dall’espressione molto decisa e battagliera. Era quasi sempre arrabbiata e la sentivo spesso litigare con qualcuno sulla metro o sul trenino. A volte capitava di correre appaiate sulle scale del Flaminio, per raggiungere il treno, poi me la perdevo a Saxa Rubra. Evidentemente rincorreva un pullman diverso dal mio.
L’avevo soprannominata “Lupa Mannara” perché sembrava mangiarsi chiunque la urtava o le pestava un piede o non si spostava per lasciarla scendere. Usava un italiano molto corretto, ma era aggressiva all’ennesima potenza e, ogni tanto, seppelliva di parolacce il malcapitato che l‘aveva provocata. Non riuscivo quasi mai a capire chi avesse ragione, però deprecavo quei suoi modi un po’ selvaggi.
Una sera ci trovammo vicine sulla metro ed io, preoccupata di non provocarla, stavo bene attenta a non sfiorarla, nonostante gli spintoni e le pestate dei soliti uomini cafoni di tutte le razze, compresi i benvestiti impiegati italiani, spesso più maleducati degli altri. Una ragazza vicino a noi fu d’improvviso presa a male parole da un uomo che le stava addosso (forse per scipparla) e che lei aveva timidamente cercato di scansare. Fu un attimo: la Lupa Mannara ed io scattammo all’unisono e polverizzammo l’omuncolo.
Il malcapitato provò a reagire, ma scelse la Lupa per indirizzarle una parolaccia e sbagliò molto. Lei alzò la mano con l’evidente intenzione di fargli male ed io non seppi resistere. Con un gomito allontanai lui e con la mano afferrai lei e le imposi di calmarsi, per il suo bene, fissandola con uno sguardo in cui lei lesse, oltre alla fermezza, il mio reale intento di proteggerla.
Avevo rapidamente pensato che se fosse intervenuta la polizia, che in quei giorni pattugliava la metro con i cani antidroga, una donna nera non se la sarebbe passata bene. Si fermò, non disse nulla e scendemmo dal vagone per proseguire la corsa fino al trenino.
Non saprei dire perché ci incontravamo sempre nello stesso vagone, forse sceglievamo automaticamente quello centrale per scendere più rapidamente davanti alla scala mobile o, forse, il destino si preparava a darmi una lezione di vita.
Pochi giorni dopo, era davvero tardi, ero stanchissima e perdere quel trenino per Saxa Rubra poteva significare aspettare un pullman per Viterbo fino alle 21, in un posto isolato e poco raccomandabile di notte.
Scesi come un fulmine dalla metro, mi avventai sulle scale di corsa, già col fiatone e priva di forze. Vicino a me correva la Lupa, anche lei in ritardo e ci salutammo, con una battuta scherzosa su quel diavolo di vitaccia che facevamo. Girammo a destra, sempre di corsa, superammo i tornelli, correndo verso il treno che stava per chiudere le porte.
Le mie gambe cedettero all’improvviso, avevo davvero sopravvalutato le mie forze residue e, quindi, crollai distesa sul pavimento dell’atrio, battendo malamente un ginocchio. Mi sembrava di svenire per il dolore. Tutti continuarono a correre, evitandomi per non cadere e ammassandosi sulla porta del treno, anche i conoscenti italiani. Il bigliettaio si sporse dal vetro solo per curiosare e la guardia giurata rimase li a pochi passi, a guardarmi senza far niente.
Altre persone stavano sedute ai lati della sala e si gustavano la scena. La Lupa, che era già salita sul treno, si girò, ci pensò un millisecondo e si buttò giù mentre già si chiudevano le porte. Un secondo dopo era vicino a me, controllava il mio stato e aggrediva la guardia giurata che si era rifiutata di andare a chiedere del ghiaccio al bar in fondo all’atrio. Ottenne il ghiaccio, mi tamponò il ginocchio e si occupò di me fino a che non mi ebbe messo sul pullman.
Facemmo amicizia e nei mesi a seguire ci raccontammo un sacco di cose. Scoprii che era molto intelligente e che imparava avidamente tutto il possibile. Sapeva essere dolce e sorridente, se non subiva prepotenze, ma era abituata a doversi difendere continuamente, soprattutto dagli uomini bianchi.
Veniva dal Capo Verde, si era sistemata in un appartamentino in un paese sul Cimino, conduceva una vita parsimoniosa e faceva più di un lavoro per mandare soldi a casa e per mantenere all’università il figlio di sua sorella. La sua più grande ambizione era quella di far venire suo nipote a Roma, appena si fosse laureato, per fargli ottenere una vita dignitosa.
Altro che Lupa Mannara, una vera Lupa del Campidoglio!
Zampa
