Viterbo CRONACA Ama il prossimo tuo come te stesso
di Giuseppe Bracchi

 

Papa Francesco

I mafiosi sono scomunicati. Il Magistero di Papa Francesco non ha fatto altro che dichiarare e rendere esplicita una verità che dovrebbe (il condizionale è obbligo) di per sé essere chiara ed evidente ad ogni semplice buon cristiano.

 

Ama il prossimo tuo come te stesso, ci insegna e ci comanda Cristo nel Vangelo. Tutta l’opera di questo Pontefice è finalizzata a instillare amore nel cuore degli uomini.

Tutto il contrario di chi, come le mafie fanno della fede, uno strumento di divinizzazione del male e dei suoi artefici. La Chiesa non può tacere di fonte a certi inchini, è stato detto. La Chiesa non deve tacere, ma deve far sentire alta la sua voce e la sua condanna.

Chi è affiliato alle mafie è scomunicato perché egli stesso si pone al di fuori della comunione della Chiesa di Cristo che è amore. Le mafie non sono amore. Esse sono sopraffazione, prevaricazione, ingiustizia, menzogna, omicidio e quant’altro annulla ed annienta la dignità dell’uomo.

Nessuno potrà vietare allo scomunicato l’ascolto della parola di Dio, come non può escludersi che dall’ascolto della Parola, il cuore dello scomunicato si penta ed  arrivi alla conversione. Le mie vie non sono le vostre, ci ammonisce Dio. Ed il lembo del Suo mantello può arrivare a sfiorare qualsiasi uomo nelle più lontane latitudini del mondo, come nei più impensabili recessi dell’umanità.

Ma per chi sceglie deliberatamente il male e le sue dirette espressioni nella società, per chi pervicacemente fa dell’affiliazione alle mafie la fonte del suo credo, la sua patria ed il luogo della sua cittadinanza, per paralizzare ogni tentativo di sviluppo, di rinascita, di giustizia, di speranza che non siano quelle incarnate dal Padrino di turno, per costoro la scomunica resta.

“… Il peccato è ombra e per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta…”. Così si espresse il giudice Rosario Livatino, (ucciso dalla mafia a soli 37 anni e per il quale il 21 settembre del 2011 si è aperta la fase diocesana per il processo di beatificazione) il 30 aprile del 1986 nella sala conferenze delle suore vocazioniste di Canicattì, durante la sua relazione su Fede e Diritto.

La legge ha bisogno di un’anima, giacché, sono sempre parole del giudice Livatino “il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera e viceversa, se è amore autentico”.

Quello delle mafie è invece un sommo atto di ingiustizia, perché il loro agire è disancorato dall’amore, avendo come archetipo la dantesca cupiditas, l’amore smodato di sé, la superbia come fonte di ogni potere incentrato sull’interesse costituito, quel potere che annulla ogni speranza e che faceva dire al compianto Leonardo Sciascia “… Tutto diventa inutile: parlare, scrivere… dove niente conta, niente vale, e non si può fare più nulla..” (G Pansa, Sangue, Sesso, Soldi, Una controstoria d’Italia dal 1946 a oggi, Milano, 2013, p. 315). 

Allora, come ci esorta Papa Francesco, non facciamoci rubare la speranza, quella speranza però che ha un senso ed una ragion d’essere solo se ancorata a Dio ed alle sue leggi.

Giuseppe Bracchi