Viterbo CRONACA Vorrei fare alcune considerazioni di buon senso

Non farò una dotta disquisizione citando i grandi economisti del passato, da Smith a Keynes a Pareto a Marx, né i moderni che sono un’infinità, e neppure gli economisti che abbondano in Italia, tanti, tanti, dal prof. Romano Prodi fino al prof. on. Renato Brunetta, che pontifica ad ogni occasione in parlamento e in TV.
Vorrei fare alcune considerazioni di buon senso, però razionali, non da bar dello sport.
Immàginino i miei due o tre lettori di essere comodamente seduti davanti al caminetto… no, a luglio non è il caso. Allora immaginino di stare in una fresca veranda, con una bella birra spumosa davanti e abbiano la cortesia di leggere… poi potranno anche criticarmi a loro piacimento. Le critiche sincere sono gradite. Ma sincere, mi raccomando.
* * *
Se l’economia politica fosse una scienza esatta il nostro Paese, la nostra Italia nella quale viviamo anche se non ci piace e, nonostante tutto, amiamo (come dice il grande comunicatore nonché pluri ex), questa nostra Italia - dicevo -sarebbe moribonda, o per dirla in modo meno melodrammatico, sarebbe “in fallimento”.
Arrivo a questa conclusione dopo aver sentito le dichiarazioni del presidente Renzi all’apertura del semestre di presidenza italiana dell’assemblea della U.E. a Strasburgo, e soprattutto dopo aver sentito le reazioni degli “altri”. Renzi ha replicato con determinazione, ma non ha convinto me (e questo non importa), ma tanto meno ha convinto “gli altri”.
Dunque, se l’economia fosse una scienza esatta, saremmo al fallimento perché:
A – Ieri a Strasburgo si è capito che non c’è alcuna intenzione di concedere qualche flessibilità del rapporto deficit-pil né dei tempi di riduzione del debito pubblico. Non è servito a Renzi citare casi precedenti (Germania e Francia) di concessione di tolleranze. Il nostro debito pubblico è mostruoso!
Quindi per restare in U.E. noi cittadini dovremo pagare più tasse, sicuramente una forte patrimoniale, mascherata come al solito con trucchetti burocratici e travestimenti verbali (in questo siamo bravissimi). Così, con questi ulteriori sacrifici quadreremo i conti pubblici nel breve periodo (un anno o due),l’economia reale peggiorerà e sarà “default”. Perché non dire “fallimento”? E’ come dire “deceduto” invece che “morto. Deceduto è più raffinato, ma la realtà è la stessa.
B - L’alternativa è uscire in toto dall’E.U., o anche solo dall’euro, e non pagare alla scadenza i creditori. Annulliamo allegramente il debito pubblico, s’intende anche quello interno. Gli investitori stranieri butteranno nel cestino i titoli italiani in loro possesso e noi faremo la stessa cosa (anche lei, gentile lettore, se ha BOT o CCT o titoli di credito comunque legati all’economia pubblica, o una pensione). In parole povere lo Stato dirà: “Non sono in grado di pagare le rate del mio debito. Signori creditori, italiani e stranieri, ho chiuso.” Dunque: fallimento.
E nessuno straniero ci farà più credito per le forniture di materie prime, prodotti ed energia. Vorrà essere pagato subito in dollari o euro, non nella lira risuscitata, ma subito gravemente ammalata.
C - Ci sarebbe la possibilità di una rinegoziazione del debito, cioè una specie di concordato preventivo con riduzione. Ma temo che i nostri creditori stranieri non si fidino di noi Italiani e non ce la concedano. Purtroppo, mi devo ripetere, questa sfiducia abbiamo fatto di tutto per meritarla. Ammesso che la sfiducia si meriti. Ovviamente no, perché la sfiducia è un demerito. ‘Meritare la sfiducia’ è un ossimoro. Si tratta di un modo di dire tipicamente italiano. Siamo bravissimi a giocare con le parole.
* * *
Però l’economia politica non è una scienza esatta. Infatti quando è teoria è una scienza sociale, e come tale deve tener conto dell’uomo e della sua natura complessa e volubile. E quando è messa in pratica è sempre ‘poca economia e molta politica’. Come dire: ognuno fa come vuole e può!
Il nostro presidente Renzi si è presentato a Strasburgo e ha parlato da italiano più per gli italiani che per gli europei. E’ un ottimo comunicatore (e questo glielo ha riconosciuto anche l’area Berlusconi), ma in fondo ha preteso di imporre il suo punto di vista. Che è stato questo: ‘Dateci credito subito e noi faremo le riforme’. Ma non ha detto nulla di specifico.
Non sarebbe forse stato meglio se si fosse presentato da ‘figliol prodigo’ per ottenere che gli fosse concesso il ‘vitello grasso’ di evangelica memoria?
La sua sicumera ha indispettito un po’ tutti, anche se i nostri ‘media’ fingono di non essersene accorti.
Però gli altri popoli in fondo ci amano, gli siamo simpatici, ci sopportano, come si ama e si sopporta un fratello discolo, indisciplinato e sprecone. Ci fa arrabbiare, lo si rimprovera, ma poi lo si aiuta. Siamo una famiglia, no?
E poi qualche interesse che l’Italia sopravviva ce l’hanno anche gli altri europei, soprattutto quelli che sono nostri creditori e quelli che ci considerano comunque un buon cliente della loro produzione.
Confido che ci aiutino questi interessati, perché noi da soli non ce la possiamo fare, come è dimostrato dall’andamento sempre più negativo dell’occupazione e del PIL.
Chiudo citando a modo mio, e ancora una volta, il titolo del libro di Marcello D’Orta e del film di Lina Wertmüller: “Io, speriamo che ce la caviamo!”.
Aggì
