Viterbo STORIA
Mauro Galeotti, per trascorrere una domenica diversa

Foto Maurizio Pinna

Ecco un po' di curiosità che riguardano Viterbo, una città ancora da scoprire, nonostante i palazzi di note famiglie, nonostante le splendide fontane, nonostante le suggestive piazze, nonostante le magnifiche chiese, e... nonostante noi che troppo spesso non la rispettiamo.

Chiesa di santa Maria della Verità

Non deve sfuggire, ammirando l’affresco di Lorenzo da Viterbo nella Chiesa di santa Maria della Verità, un curioso particolare, ossia vari pezzi di bastoni spezzati e lasciati sul pavimento ai piedi dei figuranti, dei quali alcuni tengono ancora in mano il rimanente bastone, a differenza di quello sostenuto da san Giuseppe che è ancora in fiore.

Infatti, si vuole ricordare come Giuseppe che, rimasto vedovo a ottantanove anni e continuava a svolgere il mestiere di falegname a Betlemme, fu raggiunto dal bando del sommo Sacerdote che voleva i vedovi della Giudea radunati nel Tempio di Gerusalemme.

Si sarebbe poi scelto, tra tutti loro, quello che doveva andare in sposo alla dodicenne Maria, nel rispetto della tradizione profetica.

Ogni vedovo pertanto doveva mettere il proprio bastone, o verga, nello Haron Hakodesh, il tabernacolo. 

Fatto ciò accadde il miracolo, la verga di Giuseppe risultò fiorita ed una colomba ne uscì e volò sulla sua testa, le altre verghe, invece, vennero tutte spezzate.

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Gran Caffè Schenardi

Il duce Benito Mussolini il 27 Maggio 1938, che prese un cappuccino al terzo tavolo di destra, qui un camerata gli gridò, «Duce! Vi vogliamo a Viterbo!».

E il duce, «Mi pare di esserci!».

Curioso un fatto accaduto quel giorno, che è confermato sul giornale La Voce del Lavoratore, del 17 Marzo 1946, in un articolo, ove viene stilato un «elenco dei firmatari della lista» dell’Uomo Qualunque: «Magoni Antonio, fascista che leccò la tazza dove prese il caffè Mussolini».

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Duomo di Siena

Curioso... sul pavimento del Duomo di Siena lo stemma di Viterbo è rappresentato dal liocorno.  

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Campanile del duomo di san Lorenzo

Nel 1507 il Capitolo di san Lorenzo ricevette un orologio di ferro da porre sul campanile, così nel 1513 l’orologio era già in funzione e nel 1515 si nominò un moderatore nella persona di Francesco chierico aretino, che ricevette un compenso di due ducati il mese.

Seguì Giovanni Chémpter de Alsazio, residente a Bagnaia, il quale promise di «ridurre l’orologio a dodici ore» e di provvedere al mantenimento vita natural durante senza riceverne compenso, ad eccezione di casi gravi ed imprevisti.

Ma nulla si fa per nulla e il buon Giovanni chiese in cambio ottocento libbre di ferro da parte del Comune e, curioso, ma è così, volle che gli fosse concessa la possibilità di poter utilizzare un terreno in località Spica, vicino a Viterbo, per farvi pascolare ben duecento grossi maiali, per almeno tre inverni.

Così ricorda lo studioso Augusto Gargana in un articolo apparso su Il Giornale d’Italia del 1934. Gli successe nel 1551, quale moderatore, prete Paolo della Novella. 

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Chiesa di santa Maria della Ginestra o di san Giovanni decollato

La Confraternita della Misericordia vestiva di sacco nero e per questo fu anche detta dei Negri. 

Fu fondata a Viterbo nel 1479 ed occupò la Chiesa di santa Maria della Ginestra per ben assolvere al suo fine caritatevole, che era quello di preparare alla buona morte i condannati alla pena capitale e di seppellirli.

I confratelli avevano l’obbligo di vivere onestamente, di non avere concubine, di non giocare, di visitare i carcerati e di portare conforto ai condannati a morte che venivano seppelliti nella vicina Chiesa di santa Maria di Valverde.

Un fatto curioso: in una cassetta, riposta sotto l’altare, conservavano le corde utilizzate per impiccare i condannati!  

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Chiesa di sant'Andrea apostolo

La facciata in peperino, presenta tracce di stile romanico, il portale quadrato che immette ad un portico, è sovrastato da una lunetta ad arco a tutto sesto, ai lati sono due fornici con inferriata.

Prima dei bombardamenti la facciata, completamente chiusa, aveva un ambiente adibito a canonica.

Sopra, a destra, è il robusto ed elegante campanile a vela che sostiene due campane sovrapposte.

Un particolare curioso, il 19 Giugno 1867, un componente dell’allora nuova Banda musicale di Viterbo, in uniforme per la prima volta, fu colpito dal battaglio staccatosi improvvisamente dalla campana della chiesa.

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Chiesa di santa Croce dei mercanti

La facciata è a bugne, che caratterizzano anche i lati. 

E’ delimitata da un ornamento a punte di diamante e presenta, sul pregiato portale, colonnine ritorte, intreccio di viti, di foglie, di grappoli d’uva e il Crocifisso al centro dell’architrave. 

Curioso!

Su una foglia, in alto a sinistra, l’estroso scultore ha riprodotto una lucertola, che secondo alcuni è segno di umiltà. Oppure simboleggia la morte e poi, al suo risveglio, la resurrezione ed ancora, per altri, divina saggezza e buona fortuna.

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Curiosità sul "bollire" del Bullicame

Feliciano Bussi nella sua storia di Viterbo (1742) così scrive:

«In una gran pianura, formata a guisa di un’ara, trovasi quel profondo abisso, chiamato comunemente il Bollicame, il quale resta distante dalla Città di Viterbo un solo miglio; ed è per certo una delle belle curiosità, che sieno nell’Italia, mentre il medesimo è fatto a similitudine di una gran conca, di circonferenza circa palmi 408 di passetto, avendolo io stesso misurata, dove del continuo vedesi bollire l’acqua molto fervidamente, e tramandare per ogni parte gran quantità di fumo, che non poco disgustoso rendesi all’odorato; essendo tale il calore di detta acqua, che non è possibile fermarvi dentro il dito neppure per pochi momenti».

Aggiunge che qualcuno provò a trovare il fondo, immergendo sassi attaccati alla fune, ma senza risultato per la grande profondità; altri vi buttarono degli «ovi crudi, che discendendo al basso, non più compariscono […]. Altri vi attuffano degli animali, che in briev’ora vi rimangono del tutto spolpati», come testimonia anche Fazio degli Uberti (1305 c. - dopo 1367) nel suo Dittamondo, nel libro III al decimo canto: «Io nol credea perchè l’avessi udito / senza prova che ‘l Bolicano fosse / acceso d’un bollor tanto infinito: / ma vi gettai un monton dentro e si cosse / in men che l’uomo andasse un quarto miglio / che altro non si vedea che proprio l’osse».

Il Bussi provò di persona a far cuocere un uovo intiero, ma valutò che ciò non accadeva «ancorchè notabilmente lo riscaldi» e preso dalla curiosità provò a rompere l’uovo per vedere se l’albume o il tuorlo si astringevano, ma constatò, forse con un pizzico di delusione, «che non giugne tampoco a condensarne nè il torlo, nè l’albume».  

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Niccola Marcucci pittore viterbese

Per pura curiosità voglio riferire che su Viterbo segreta di Italo Faldi è un quadro ovale, olio su tela, eseguito dal pittore viterbese Niccola Marcucci con raffigurato appunto san Vincenzo Ferreri, di modesta fattura. 

Porta sul retro la scritta: 1777 / Niccola Marcucci Pittore viterbese.

E’, secondo Italo Faldi, l’unica opera che si conosca al momento di questo pittore di cultura classicistica.

Un altro quadro con raffigurato san Vincenzo Ferreri, per Italo Faldi è opera di Giulio Pierino d’Amelia attivo dal 1543 al 1581, e proviene dalla Chiesa di santa Maria in Gradi di Viterbo, è stato portato su tela nel 1954, ed è conservato al Museo civico.

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Museo civico

Destano curiosità e, allo stesso tempo, apprensione le numerose scritte graffite sui muri della loggia del Museo civico, eseguite dai carcerati ivi rinchiusi intorno al 1760.  

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Mausoleo di papa Clemente IV nella Chiesa di san Francesco alla Rocca

Durante la traslazione del 1885 avvenne un fatto assai grave, infatti, in quell’occasione, per pura curiosità, un funzionario del Comune fece scoperchiare il sarcofago e trovò lo scheletro del papa ancora ricoperto dei paramenti sacri.

Vi era una mitra, le fimbrie del camice in seta ed oro, il pettorale con scene della vita di Cristo, i calzari, un anello con filigrana, un sigillo pontificio con tracce di figura sedente, i fiordalisi di Francia e le borchie smaltate dei guanti.

Grande fu la reazione della Curia Pontificia per l’illecita ricognizione che comunque, in riparazione, portò il vantaggio del riconoscimento, da parte dei governati, che la chiesa non subisse affronti per usi impropri e che restasse aperta al culto.

Il Ministero della Pubblica Istruzione, in merito ai paramenti, dispose di riporli nel sarcofago, approvando però l’esecuzione di alcune fotografie eseguite da Giuseppe Polozzi e alcuni disegni grafici realizzati da Adolfo Cozza.

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Le promesse di Annibal Caro

Una curiosità, il letterato Annibal Caro fece richiesta al Comune, che ne discusse il 21 Ottobre 1566, per ottenere «una canella d’acqua dela fonte dela Piazza dela Rocca» nella sua nuova casa alla «Piaggia di S. Francesco accrescendovi quella di Meo Cartara», con l’impegno di realizzare una bella facciata. Era detta piaggia un terreno in pendio, a Viterbo sono Via delle piagge e Via delle piaggiarelle.

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Monastero di santa Rosa

Nel Monastero di santa Rosa è una curiosità, si ha memoria che nel XV secolo vi era nell’interno del monastero stesso un carcere per le sorelle renitenti.

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Contratti stilati in osteria

Il 7 Dicembre 1592 nell’Osteria all’insegna del Leone, appartenuta ai Nini, fu redatto un contratto, per l’affitto della Chiesa di santa Maria delle Rose, ubicata al Cunicchio, tra il padre cistercense Francesco Bartolini, priore della Chiesa di san Marco, e l’Arte degli Osti.

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Proibizione di recarsi a bere nelle bettole

Un Bando del 15 Aprile 1611, del vicelegato Fabrizio Landriani, proibisce agli uomini sposati e con prole, siano loro cittadini o artigiani, di«andar à bettole, ò hostarie à magnar, ò bere, ò giocare, sotto pena di scudi 25».

La stessa pena subivano gli osti«quali ricettaranno tali persone».

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Girolamo Ruscelli, nato a Viterbo il 1518 circa e morto a Venezia il 1566, è stato uno scrittore e cartografo.
Viterbo non gli ha dedicato neppure una via, incredibile!

Il Ruscelli sin dal 1548 si trasferì a Venezia dove poté frequentare aristocratici, cardinali, letterati, era da questi ammirato, protetto e considerato.

Si interessò di alchimia e fra i ritrovati ne trovò uno che destò curiosità. 

Infatti, Giovan Battista Palatino (1545) così ricorda: «io hebbi da M. Girolamo Ruscelli da Viterbo […] alcuni secreti bellissimi e utili, ritrovati da lui, di scrivere sopra una carafa o bicchiere di vetro o cristallo, così pieno come voto, che quando è secco non apparisce in modo alcuno e quando vuole si può leggere così bene come se fosse scritto in carta bianca con inchiostro».

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Una curiosità... per il buon servizio della Magistratura al Palazzo dei Priori

In un decreto a stampa, che dovrebbe risalire intorno al 1840, sono date le disposizioni «Pel buon servizio della Sala della Magistratura», tra i diciotto articoli leggo:

«1) Il Custode del Palazzo Comunitativo non abbandonerà mai la Sala, e sarà libero di servizio, dalle ambasciate, e da ogni altro obbligo fuori di Palazzo. 

2) Terrà ben netto il Palazzo da qualunque immondezza compresa la Segreterìa, e Computisterìa», la sala doveva essere aperta alle 8 e tutti i «famigli dovranno indossare la livrea.

6) Le trombe presteranno a vicenda il servizio per lo scuoprimento della Madonna un quarto prima delle ore ventiquattro».

Si tratta della Madonna liberatrice posta sul balcone del Palazzo del podestà.

«14) Non sarà lecito ad alcuno della famiglia trattenersi nelle bettole ed osterie colla livrea del pubblico». 

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Come evitare i furti nella metà del 1200

Lo Statuto di Viterbo del 1251 ordinava ai fabbri, per evitare i furti, di non eseguire chiavi se non fosse stata loro portata la serratura, inoltre non potevano vendere o prestare chiavi ai servi.  

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Fontana di Pianoscarano

Volevo ricordare che a Roma, in Piazza Tuscolo n° 5, nel cortile dell’edificio dell’Istituto autonomo case popolari, costruito nel 1925 - 1927, è una copia della Fontana di Pianoscarano in dimensioni ridotte.

E’ quella eseguita per l’Esposizione regionale etnografica a Roma del 1911.

L'altro copia di Fontana Grande, eseguita per la stessa manifestazione, è a Rodi. 

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Via dell'Incontro

Curiosa la facciata del palazzo al n° 12 di Via dell'Incontro, in cui sono murate due testine di terracotta, la prima raffigura una donna dai grandi occhi, con sorriso beffardo; la seconda è il viso di Cristo, infatti, si vede un uomo dagli occhi allungati del tipo bizantino con barba.

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Niccolò della Tuccia, cronista viterbese, ricorda

Una memoria del cronista Niccolò della Tuccia, quando ricorda che per la Festa del Corpus Domini del 1462, fu realizzata in Piazza del Comune «una fontana piccolina come la fonte del Sepali, che gittava vino».

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Pier Francesco Florenzoli celebre architetto (Viterbo, 1470 – Firenze, 3 agosto 1535)

L’ingegnoso architetto Pier Francesco Florenzoli, o Florenzolli, o Firenzuoli, o Renzuoli, detto Pierfrancesco da Viterbo un personaggio che aveva inventato una scioccheria

All’ingresso del Palazzo Pagliacci Sacchi, già Renzoli, in Via Mazzini, a sinistra, è un geroglifico su un architrave in peperino, che fu ritrovato nel 1947, dopo il bombardamento aereo che colpì l’edificio il 26 Maggio 1944. 

Secondo il Vasari questo ispirò il Bramante, per le scritte in geroglifici antichi per il Belvedere del Vaticano.

Gaetano Milanesi così commenta: «Il [Carlo] Promis non si sa per quale testimonianza, afferma che questo maestro Francesco architettore, che inventò quella scioccheria, fosse Pier Francesco da Viterbo famoso architettore militare il quale è ignoto quando nacque e quando morì, ma le cui memorie vanno dal 1521 al 1531».

Al contrario di quanto affermato l’architetto in questione era molto noto e il cognome era Florenzuoli, nacque intorno al 1470 e morì a Firenze nel 1534.

Lo conferma anche Alberto Guglielmotti (1880) il quale scrive che la famiglia Florenzuoli è poi detta Renzuoli e scrive: «lo chiamavano architetto militare valentissimo, accetto alle corti di Urbino e di Toscana, celebre per le fortificazioni di Piacenza [1525], di Parma, e di Città di Castello; e più pel disegno della fortezza di san Giovanni al piano di Firenze, sopra pentagono bastionato».

Riferisce anche la lapide tombale: «Petrus Franc. Floresolius Viterbien. primipilus arcis hujus aggeres fossas moenia propugnacula designabat ejusdem urbis benignitate postmodum in civem... et civitate donatus Octavius Farnesius dux Pl. et Parm. MDLV».

L’ingegnoso architetto aveva fatto scolpire, sull’architrave in questione, da sinistra verso destra: il monogramma IHS nel sole di san Bernardino, a ricordo dei Francescani; un arco a bugne piatte con nella chiave uno stemma papale; un tetto a capanna sorretto da travi e, infine, una torre seguita da una scritta in lapidario romano, con caratteri irregolari.

In fondo è una presumibile testa di leone.

Lo stemma papale anzidetto, sormontato dalle chiavi decussate, sembrerebbe composto da tre gigli o da estremità di piume aventi tre punte ciascuna poste su due file una in alto e due in basso. 

E’ comunque di difficile riferimento.

Lo svolgimento del geroglifico è: Francesco arco tetto torre [architettore] fece.