Viterbo CRONACA ITALIANA

La tomba di Corrado Alvaro a Vallerano in occasione di una cerimonia per la ricorrenza della sua morte

Nell’Italia di oggi, caratterizzata da scandali politici e squallori di ogni tipo,  riesce difficile pensare che cent’anni fa, durante la prima Guerra mondiale, ci sia stata gente che ha sacrificato la propria vita per un ideale di Patria e di Libertà.

Nel corso della conferenza sulla Grande Guerra organizzata dal Touring Club nell’ambito di Caffeina domenica 29 giugno prossimo alle ore 18 nella Sala Regia di Palazzo dei Priori a Viterbo, verrà fatto accenno, tra l’altro, alla poesia di Corrado Alvaro “Ad un compagno” scritta dal fronte orientale, di cui riportiamo la prima strofa:

Se dovrai scrivere alla mia casa
« Dio salvi mia madre e mio padre! »

la tua lettera, sarà creduta
mia, e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.
Non dire alla povera mamma
che io sia morto morto solo;
dille che il suo figliolo
più grande è morto con tanta
carne cristiana intorno.

Calabrese di nascita, Corrado Alvaro (San Luca1895-Roma 1956) frequentò negli ultimi anni della sua vita il borgo di Vallerano, soggiornando in una villa di campagna lungo lo strada per Fabrica di Roma, dove si rifugiava spesso per scrivere e meditare.

Amò tanto questo appartato luogo dei Cimini, da voler essere sepolto all’ombra dei castagneti nel cimitero del paese. Qui riposa insieme alla moglie Laura Babini e al figlio Massimo.

Alvaro fu soprattutto un narratore, più che novelliere e romanziere. Il diario “Quasi una vita” viene acclamato come un capolavoro della prosa italiana, in cui si manifestano acume intellettuale e “modernità di fantasia”. Notevoli anche le sue doti di drammaturgo che espresse ne “La lunga notte di Medea”, rivisitazione originale di una tragedia che oggi fa testo nella storia del teatro del Novecento.

Come saggista entrò nel gotha dei maggiori scrittori italiani del secolo scorso. Come giornalista si guadagnò l’attestato di attento osservatore, in ogni parte d’Europa, interpretando e anticipando i desideri del lettore degli anni Venti e Trenta. Sempre in prima linea pure in qualità di critico letterario, cinematografico e teatrale.

Fu uno dei primi ad intuire i valori e il futuro del teatro dialettale, che considerava come ferace humus di quello italiano e fu tra quelli che predissero in tempi non sospetti gli anni funesti del nazismo e dello stalinismo.

Nel romanzo “L’uomo è forte”, descrive il regime bolscevico e il totalitarismo fascista senza condizionamenti e false ipocrisie. Pungenti le sue citazioni: “Non capisce l’Italia chi non capisce l’Italia meridionale”; “La propaganda è l’anima del nostro tempo”; “Dire teatro è dire Commedia dell’Arte”; “Il cinema è la scuola elementare della vita moderna” (oggi potremmo dire lo stesso della televisione).

Le sue doti di sapiente interprete della realtà a lui contemporanea lo porterà a presagire un grande successo del cinema americano e una progressiva ed inarrestabile degradazione della cultura di massa.

Dicevamo del “narratore”. Alvaro lo fu con prosa asciutta e pregna di verismo; pensiamo alle tre raccolte di racconti: “La moglie”, “L’amata alla finestra” e “Gente in Aspromonte”. In quest’ultimo “dossier” parla dei calabresi, delle ingiustizie che hanno dovuto e che devono subire, del loro modo di essere briganti come atto di ribellione ai soprusi.

Oltre agli uomini ci sono anche le donne. Una di loro alla fine del Settecento guidò una masnada di antirivoluzionari che non sopportavano le angherie francesi. Scolpita come un macigno e di vago sapore erotico, la figura di una ribelle muta che posa, contro la sua volontà, per volere del padre-padrone, dinnanzi al pittore, intento, nel ritrarla, a violare la sua intimità. Per questo la giovane serra volutamente le labbra, come se fossero una ferita o un bacio “sdegnato” indirizzato al genitore. .

Vincenzo Ceniti