Bologna LO STIMOLO

La città si offriva al mio sguardo, mi abbracciava con affetto, accoglieva questo settantenne ormai lontano da mezzo secolo

Piazza delle Erbe,
un tempo detta Alessandrina


Caro Mauro,

ho letto il tuo coinvolgente articolo su Fontana Grande che è, insieme, un lacerante grido di dolore contro l’incuria e l’ignoranza, un gesto di rabbia per l’inettitudine e l’arroganza, e un estremo atto d’amore per la bellezza e la conoscenza.

Quando vengo a Viterbo, guardo la città con la nostalgia della mia giovinezza e apprezzo le sue bellezze artistiche con l’occhio dell’intenditore.

 

Mi accorgo però che più conosco e più mi rendo conto di non sapere.
Parafrasando Nicolò Cusano, direi la dotta ignoranza.

Il primo gennaio era una radiosa giornata di sole e da mezzogiorno ho passeggiato per quattro ore godendomi la città deserta.

Ho percorso le strade di San Pellegrino, Pianoscarano, gli archi del Cardinale, Porta Faul, il giro delle mura, fermandomi ad ammirare le bellezze architettoniche.

Che spettacolo!

La città si offriva al mio sguardo, mi abbracciava con affetto, accoglieva questo settantenne ormai lontano da mezzo secolo.

Con la fantasia immaginavo la distruzione del castello di Federico II, l’assedio della città, la costruzione del Palazzo papale, il Conclave e tanti altri episodi legati alla storia di Viterbo.

L’austero peperino mi circondava con i profferli e le torri, poi il tripudio delle fontane, stupende nella loro semplice armonia, finalmente libere dallo sconcio delle auto parcheggiate a ridosso.

Piazza Dante, la Crocetta, Fontana Grande, San Faustino, piazza della Morte, giardino del Comune, piazza del Gesù, piazza della Rocca, Pianoscarano.

... e da ultimo quella dei Leoni di piazza delle Erbe, che per i primi venti anni della mia vita ha salutato il mio risveglio e cullato il mio sonno.



Fabio Ernesti