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Viterbo STORIA
Le carte da gioco viterbesi, la loro storia
Mauro Galeotti

Carte da gioco viterbesi del 1884

La storia delle carte da gioco a Viterbo è assai antica.

E’ il cronista viterbese Niccolò della Tuccia che scrive, «1379. Fu recato in Viterbo il gioco delle carte che in saracino parlare si chiama nayl».

Ancora su un’altra trascrizione, conservata nella Biblioteca degli Ardenti, leggo:

«Anno D.ni 1379. Fu recato in Vit[erb]o il gioco delle carte da un saracino chiamato Nayl», in un’altra trascrizione della cronaca medesima invece il nome è Hayl.

La memoria è riferita anche dall’Enciclopedia Treccani:

«L’etimologia comunemente accettata per “naipes” è infatti dall’arabo “nã’ ib”, luogotenente; un noto passo di Giovanni di Iuzzo di Covelluzzo, in una cronaca manoscritta conservata negli archivî viterbesi, narra (p.28 verso): “Anno 1379 fu recato in Viterbo el gioco delle carte che venne de Serasinia e chiamasi tra loro Naib”».
Nelle pagine seguenti leggo, «La prima fabbrica italiana di carte da gioco pare che abbia avuto sede in Viterbo». 

Comunque, già in altre città come Firenze nel 1376, a Siena nel 1377, le carte da gioco esistevano, ma non si menzionano i fabbricanti, così riferisce Attilio Carosi. Lo stesso studioso ritiene che le carte furono introdotte in Viterbo con molta probabilità dalle compagnie di ventura dei Brettoni e dei Milanesi. 

Un bando del 1458 sembrerebbe sia la prima notizia in merito al gioco delle carte, poi, il 9 Luglio 1495 i priori stabiliscono che è proibito «iocare a zara, sozo, crucha, ronfa, terza e quarta, bassetta e qualunque altro jocho prohibito, tanto di dadi quanto di carte, a’ pena de uno ducato d’oro».

Venivano, inoltre, puniti coloro che davano ospitalità ai giocatori, anche in forma privata e coloro che prestavano i dadi o le carte e i denari della posta in gioco. Quest’ultimi erano sequestrati al momento in cui erano scoperti i giocatori che avevano violato le disposizioni.

I giochi erano sotto controllo delle autorità, infatti, bandi e statuti li regolavano, ad esempio al popolo era consentito di giocare a scacchi con la posta massima di due cinquini, un bando dei priori del 1455 vietava invece il gioco con i dadi e le carte.

A tal proposito riferisce Umberto Congedo che «un bando dei priori del 1455 vietava «ludum taxillorum aut chartarum», e tale divieto era confermato da un’ordinanza del Governatore nell’anno seguente». Ma, forse, il divieto ebbe poco effetto, infatti, nel Consiglio generale del 23 Marzo 1469, frate Francesco da Viterbo invitò le autorità a che si vietasse non solo il gioco, ma anche la vendita delle carte e dei dadi.

Il male era così sconfitto sin dalla sua origine. Tali esortazioni furono prese talmente in considerazione, che furono inserite nello Statuto di Viterbo di quell’anno, nella rubrica LIII del libro III.

Le pene inflitte sia ai giocatori che a coloro che fornivano i dadi o le carte, erano assai severe. Venivano puniti anche quelli che prestavano denaro per il gioco e gli osti o gli albergatori che consentivano il gioco d’interesse nei propri locali.

L’8 Agosto 1469 il governatore, per far migliore chiarezza, e probabilmente anche alla luce del fatto che poco o nulla era cambiato, elenca i giochi proibiti e che non era consentito fare «ad alcuno gioco di dadi vetito [vietati] nè ancora di carte cioè al gioco de la condannata, a la terza et la quarta et altri giuochi vetiti [vietati]», chi contravveniva doveva pagare cinque ducati d’oro e se c’era un denunciante questi aveva in premio la terza parte e veniva tenuto segreto.

Ma, scrive ancora Congedo, che i giocatori continuarono a contravvenire alle ordinanze e che quindi il governatore Niccolò rinnovò le proibizioni riducendo la pena ad un ducato. Anche le confraternite nei propri statuti proibivano il gioco d’interesse che poteva produrre motivi di lite e di vizio.

Nella vicina Ronciglione invece, già nella tipografia acquistata da Michelangelo Mercuri nel 1609 da Porzia Manni, vi era in dotazione una serie di macchinari per la stampa delle carte da gioco.

Il collezionista Andrea Piovesan possiede nella sua raccolta quattro carte da gioco di Viterbo, il 2, 4, 5 e il Re di Coppe, da far risalire intorno al 1758, della misura 85x55, dell’editore Remondini di Bassano.

Il 21 Agosto 1847 Domenico Moscatelli prese in affitto, dal Seminario di Viterbo, i locali dell’ex Convento dei Padri Paolotti, a santa Maria delle Fortezze, per il commercio di chincaglierie, pellami e la fabbrica dei zolfanelli fosforici e nel 1848 di carte da gioco.

A proposito una pasquinata affermava che al mondo solo due cose erano infallibili: Pio IX ed i fiammiferi di Moscatelli.

Domenico, che produceva carte da gioco dal 1848, morì nel 1850 e, nel 1855, il figlio Scipione Moscatelli (1813 - 1907) rinnovò il contratto d’affitto e di lì a poco tempo vi impiantò anche lui una fabbrica di carte da gioco, chiudendo in seguito quella dei fiammiferi. 

La condurrà personalmente fino alla fine di quel secolo e le carte da gioco prodotte, per la loro particolarità nel disegno, furono dette carte viterbesi; erano diffuse e commerciate in tutta la penisola.

Lasciata l’azienda da Scipione al figlio Nicola, questi chiuse la fabbrica e cedette la licenza a Guglielmo Murari di Bari, questi era nato 20 maggio 1847, con il patto di mantenere la ragione sociale e le caratteristiche delle carte viterbesi.

La famiglia Cassini-Murari, già nella seconda metà del secolo XVII, con Francesco, a Vicenza, produceva carte da gioco. 
Seguì l’attività Luigi Murari coadiuvato dal 1866 dal figlio Guglielmo, poi, nel 1867 i due da Vicenza trasferirono la fabbrica a Bari e nel 1871 si divisero.

Guglielmo, di ampie ambizioni, volle riprodurre le carte da gioco delle varie città italiane impiantando fabbriche per ogni regione, per questo si recò a Roma e qui, in Via Urbana n° 56, fondò la prima succursale per la fabbricazione delle carte da gioco del tipo "Viterbo piccolo".

Il progetto però fallì per non aver trovato operai e dirigenti capaci di far funzionare una fabbrica di carte da gioco, quindi ritornò a Bari. Qui ampliò lo stabilimento di via Sparano n° 127, 129, angolo Piazza Ateneo n° 6 a 10, e trasformò la lavorazione a mano con quella a macchina, più veloce e perfetta.

I primi mazzi di carte viterbesi dovrebbero essere stati stampati tra il 1867 ed il 1870 in esse, sull’Asso di Denari, è raffigurata la cornucopia simbolo dell’abbondanza.

Recano sul dorso la scritta Viterbo e sono rivoltinate, ossia il cartoncino dove è stampata la figura o il seme è foderato da un sottile foglio di carta stampato, modellato ed incollato per offrire maggiore consistenza.

I Denari sono caratterizzati da un fiore nel disco. Il Re ha l’ascia e il Quattro in un primo momento reca la scritta Fabbrica / di Scipione / Moscatelli / Viterbo, poi porta disegnato un grappolo d’uva di moscatello in ricordo del cognome Moscatelli.

Il Quattro di Coppe, invece, ha al centro la figura di un leone, simbolo di Viterbo. L’Asso di Bastoni si presenta con tre colori in verticale, rosso, verde e giallo, le altre clave sono a colore pieno di rosso, verde e blu.

Le Spade si presentano tutte con la punta lamellata.

Sul sito http://www.veglienews.it/cartedagioco/apertura.htm è un dorso di una di quelle carte in cui si vede una opulenta donna con in testa un cesto e grappoli d’uva che fuoriescono da una cornucopia, in basso è la scritta Viterbo, qui ecco la foto.

Una carta che ho è il Due di Coppe è del tipo rivoltinato e uguale a quelle di Moscatelli, sul dorso porta la scritta: “Gugliel.mo Murari / Bari / Puglie”. Al centro è la figura di un bambino che con i piedi sulla tastiera cerca di salire sul pianoforte. E’ una delle carte che da Moscatelli passò a Murari verso gli anni intorno al 1870.

Dello stesso periodo è la stampa dei dorsi che possiedo, ancora da incollare sulle carte, con la scritta Viterbo in caratteri capitali e con tre cerchi giunti l’uno all’altro con motivi floreali. Altri dorsi hanno i disegni: un bambino che tiene due fogli di giornale uno per mano e in quello di sinistra leggo “Carte da / giuoco”.

Un altro mazzo al dorso presenta i gigli fiorentini, un altro in una cornice tonda, il gallo rivolto a destra con sul fondo il sole che sorge e agli estremi motivi floreali; un altro un rombo con all’interno un fiore.

Carta di Viterbo del 1900 circa e carta di Viterbo con il tre di spade della fine dell'800

Le carte viterbesi, quelle del secolo XX, si distinguono dalle altre per alcune caratteristiche.

Dei Denari: l’Asso presenta l’aquila con la testa, il collo e le zampe più chiare del resto del corpo, spesso il colore usato è il giallo; il Quattro, al centro, raffigura la lupa con i gemelli, stemma di Roma; il Re sostiene in mano uno scettro, al posto della consueta ascia.

Delle Coppe: l’Asso ha la base rotonda anziché esagonale, in mezzo al Quattro, a volte, è scritto Roma, oppure Murari - Bari; il Re ha la coppa sopra alla spalla destra, gli altri mazzi l’hanno su quella sinistra, e nella mano destra ha lo scettro al posto dell’ascia. Infine tutte le Coppe sono gialle nel basso del calice e blu nell’alto.

Delle Spade: il Quattro, il Cinque, il Sei e il Sette presentano la punta a forma lamellata anziché dritta. 

Dei Bastoni: i segni sono di facile individuazione perché tutte le clave sono colorate in senso verticale con due abbinamenti, rosso - blu e giallo - blu.

Inoltre, i Cavalli del mazzo di carte viterbesi sono tutti girati a sinistra di chi guarda, hanno le zampe molto esili ed il Cavallo di Coppe, curiosamente, si presenta visto da dietro.

I Denari hanno un volto, con occhi, naso e bocca. Sul retro delle carte è scritto sul basso Viterbo, oppure Murari, come in un mazzo di 40 carte del 1922 della misura 68x47, e, nel 1938, trovo pure Modiano in lettere capitali.

Dell’anno 1884 è un mazzo di carte stampate dalla “Fabrica perfezionata Scipione Moscatelli / Viterbo”, come leggo sull’Asso di Denari, in cui la tassa del bollo del Regno d’Italia è di 30 centesimi e porta il timbro in inchiostro nero con la scritta “Ufficio del Registro / Viterbo / 19 Mar[zo] [18]84”.

Le carte sono ad incarto rivoltinato e sul dorso, o rovescio, sono motivi floreali geometrici e la scritta “Viterbo”. Il Quattro di Coppe, coppe caratteristiche per la base rotonda, ha raffigurato il leone, facente parte del simbolo di Viterbo, che è composto anche di palma che qui manca.

Le cose per i Moscatelli non ebbero un esito favorevole, infatti, verso il 1914 i figli di Scipione, Cecilia e Nicola, vendettero i macchinari, per fabbricare le carte, ai tipografi Enrico e Giulio Agnesotti, ai quali si associarono, fino a verso il 1927, Crispina Danna con il consorte Riccardo Marini.

La produzione di Carte da gioco, da parte degli Agnesotti, continuò fino al 1953 nei locali, al piano terra, del Palazzo Bussi - Belli in Via Principessa Margherita, oggi Via Matteotti, demolito verso il 1935 per creare l’odierna Via Marconi.

Un mazzo di carte viterbesi stampato dalla “Fabbrica di carte da gioco delle ditte Armanino e Cassini / Roma” porta la scritta sull’Aquila dell’Asso di Denari “Giu[gno] 1925” e il bollo con la tassa di tre lire. Sul dorso è raffigurato Mosè di Michelangelo Buonarroti e la scritta “Viterbo”.

In un altro mazzo di carte viterbesi che ho, del Luglio 1926, stampato dalla “Fabbrica di carte da giuoco delle marche Armanino e Cassini / Roma” porta la scritta sull’Aquila dell’Asso di Denari “Lug[lio] 1926” e il bollo con la tassa di tre lire “Regno d’Italia Lire tre”. Sul dorso è raffigurato Mosè di Michelangelo Buonarroti e la scritta “Viterbo” in lettere tutte maiuscole.

I Denari sono raffigurati dal sole con all’interno una faccia sorridente. IL Quattro di Denari ha al centro la lupa romana coi gemelli Romolo e Remo che prendono il latte. Il Dieci presenta il Re con i Denari inseriti sul mantello, sul petto, oltre allo scettro. I colori usati sono: rosso, giallo e blu.

Sulla carta Quattro di Coppe leggo “Fabbrica di Carte da Giuoco delle marche Armanino e Cassini / Roma” in lettere tutte maiuscole. I colori usati sono: rosso, giallo e blu. L’ Otto ha la picca lanceolata. Il Nove ha il cavallo e il cavaliere che si vedono di spalle e ben visibile è lo sperone.

I Bastoni sono caratteristici e riconoscibili quali carte viterbesi per la colorazione che divide in due parti uguali, verticalmente, ogni segno. I colori sono il rosso e il blu, nel Tre, il Bastone al centro è giallo e blu che trovo anche sulle altre carte di Bastoni. Il Nove ha il cavallo e il cavaliere, visti di fronte, con il Bastone in mano, rosso e blu, con lo stemma sul petto, caratterizzato da una “V” (iniziale di Viterbo?) sormontata da due fiori.

Un altro mazzo che possiedo sulla carta dell’Asso di Denari leggo, sopra la testa Lug.[lio] 1927 e la scritta in tondo “Stabilimento comm.[endatore] Guglielmo Murari / Bari” in lettere capitali, il bollo è da tre lire. Sul dorso è il Mosè in una raffigurazione differente dalle altre carte viterbesi, infatti, è più di profilo.

Il Quattro di Denari al centro ha la scritta: “G.[uglielm]o Murari / Bari” con la lupa che allatta Romolo e Remo.

Il Quattro di Coppe ha la scritta: “Prem.[iato] stab.[ilimento] a vapore / di / carte da giuoco / Comm. Guglie.[l]mo Murari / Bari”, in lettere capitali. Un altro mazzo che vedo su http://www.veglienews.it/cartedagioco/apertura.htm ha nel Quattro di Coppe la stessa dicitura con Cav.[aliere] al posto di Comm.[endatore] e con aggiunta in ultima fila “Cera candele sterariche”.

Possiedo solo una carta di un mazzo viterbese è il Dieci di Denari che ha la stessa matrice e il dorso col Mosè e la scritta Murari, del Dieci di Denari delle carte del 1927, la differenza è nell’incarto del dorso, che è rivoltinato, quindi ottocentesco. Ciò testimonia come le stampe dell’Ottocento fossero ancora in uso nei primi decenni del 1900.

Scrivevo poco sopra di un mazzo del 1938, che possiedo, della ditta Modiano. Sull’Asso di denari con la classica Aquila, leggo “Fabbrica carte da giuoco S.D. Modiano Soc. in acc. Trieste”, in lettere capitali, in basso a sinistra, accanto alla zampa, è “745 AN” e in alto, sopra alla testa del rapace, è “Lugl[io] 1938”.

Sul dorso è raffigurato il Mosè e la scritta “Modiano”.

I semi sono come quelli sul mazzo del 1926, è differente il Quattro di Coppe che al centro presenta un cerbiatto mentre spicca il salto con in basso la scritta Marca di fabbrica”.

Il Re di Spade porta sul petto uno scudo con la scritta SPER.

Ho una scatola, credo degli anni ’30, che conteneva un mazzo di carte viterbesi, sul fronte è lo stemma di Viterbo e in basso la scritta: “ La premiata / e più antica / carta da gioco / di / Viterbo”, sul retro è la pubblicità “Distilleria Gorziglia & Costantini / Viterbo / Liquori, Vermouts, Sciroppi / Chiede la vera Sam-Vit Marca depositata / Sambuca viterbese / (Originale)”.

Un mazzo di carte della “Fabbrica perfezionata Ditta Scipione Moscatelli / Viterbo” sull’asso di Denari porta la data “Nov[embre] 1948” e il bollo della Repubblica italiana di lire cento.

Il Quattro di Denari in uno scudo con raffigurato un grappolo d’uva moscatello, per ricordare il cognome Moscatelli, porta in uno svolazzo la scritta “arma Scipione Moscatelli”. Il dorso delle carte ha motivi floreali e geometrici.

 

Vittoriano Facco fa una descrizione delle carte da gioco viterbesi che riporto qui appresso.

Il modello Viterbese o mazzo di Viterbo

"Nella ricerca del modello standard" di Sylvia Mann, a parte il piacere e l'interesse che lo studio di questa Erudita mi ha dato, mi ha anche indotto a scrivere queste poche righe riguardo il modello Viterbese, così spesso dimenticato, anche peggio, erroneamente citato .

Questo modello à stato molto popolare nell'Italia centrale fino alla Seconda Guerra Mondiale: L’Enciclopedia Treccani, equivalente italiano dell'Enciclopedia Britannica, lo elenca tra i modelli regionali italiani ed il Lessico Universale Italiano lo include tra i tipi regionali, entrambi trascurando modelli di minore interesse come il Bergamasco, il Trentino, Il Triestino ed il Bresciano.
Le ragioni per cui questo modello è stato trascurato, penso che siano le seguenti:

A) Non è stato prodotto per molto tempo.

B) Generalmente, esso viene confuso con quello Romagnolo, quantunque esso sia diverso dal secondo.
   Questo è il tipico mazzo italiano: 40 carte, per le serie contenute: Asso, tutte le carte numerali da 2 a 7,  Fante, Cavallo e Re. Il mazzo italiano va sempre dall'Asso al Re e non viceversa: il Italia la seconda figura non è chiamata Cavaliere, come si usava fino al secolo scorso, ma cavallo, ed in qualche parte anche Donna.

Le differenze più evidenti sono:

Denari: L'Asso è simile a quello del mazzo Piacentine, ma l'aquila ha la testa, collo e gambe più chiare del resto del corpo; molto spesso giallo; sul quattro, in mezzo, c'è una Lupa con i gemelli, l'emblema di Roma; il Re non tiene nella sua mano sinistra un'ascia, ma uno scettro.
   
Coppe: L'Asso ha una base rotonda invece di una esagonale; in mezzo al Quattro, talvolta, c'è anche scritto Roma; il Re ha la coppa sopra il suo braccio destro, invece di quello sinistro e nella mano destra ha uno scettro invece di un'ascia; tutte le coppe sono gialle nella parte bassa e blu in quella alta.

Spade: Quattro, Cinque, Sei, Sette: la forma della punta della spada è piuttosto lamellata invece di dritta.

Bastoni: Questo seme è semplice da identificare: tutte le clave sono colorate verticalmente con due differenti colori.

In aggiunta:
 A) Le carte Viterbesi hanno la stessa altezza ma sono più strette delle Romagnole;
 
B) Tutti i cavalli sono girati verso sinistra invece che a destra ed hanno gambe esili nel mazzo più moderno; il cavallo di coppe è visto da dietro.

C) Le Denari hanno una faccia: occhi, naso e bocca;

D) I caratteri sono disegnati più accuratamente e con più dettagli;

  1. E) Talvolta, sul retro, nella parte bassa, vi è scritto "VITERBO".

    Certo questi pochi accenni non pretendono di aver esaurito questo soggetto; essi servono solo ad aiutare i collezionisti a classificare le loro carte e nel contempo vorrebbero indurre gli studiosi ad approfondire questo argomento.


                                                                                       Vittoriano FACCO

Voglio aggiungere qualche altro particolare che vedo in un mazzo di carte viterbesi che possiedo.

Bibliografia:

http://www.tarot-as-tarocchi.com/murari_guglielmo.html
"Journal of IPCS Vol. VIII - n° 4 - Maggio 1980"

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