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Viterbo STORIA
Alfio Cortonesi (Università della Tuscia) pubblicato su 'La Loggetta' di Piansano clicca qui e vai sul sito


Momenti di svago durante la vendemmia a Bagnaia negli anni '30 (Archivio Mauro Galeotti) 

Le campagne della Tuscia medievale vedevano, fin dai secoli anteriori al Mille, il predominio della pratica cerealicola, indirizzata non solo al frumento ma anche a numerose altre specie (orzo e spelta fra queste).

A partire dai secoli XI-XII le fonti -prima pressoché assenti- ci dicono che al secondo posto nella gerarchia delle colture era quella viticola. Ciò non significa, evidentemente, che la sua presenza segnasse l’ordinamento della produzione ovunque con la medesima densità. A popolazioni il cui reddito trovava nella produzione del vino il supporto essenziale, altre si affiancavano per le quali tale pratica assumeva un’importanza decisamente più limitata. Fra le zone in cui la coltivazione della vite era più diffusa, sicuramente sono da annoverare le campagne prossime a Viterbo, che una documentazione piuttosto ricca illustra nel loro assetto produttivo con dovizia di riferimenti.

Le vigne viterbesi, oltre a dividersi con gli orti la fascia dei terreni posti lungo le mura, punteggiavano talora fittamente i settori dell’aridocoltura, garantendo un non secondario sostegno all’economia locale. Fu nella seconda metà del XIII secolo, in coincidenza con i lunghi e ripetuti soggiorni altolaziali della curia pontificia, che la viticoltura conobbe nel suburbio un notevole impulso, talora dando luogo a terroirs compattamente viticoli. Siepi, muri a secco, steccati, ne cingevano qui i filari allo scopo di scoraggiare le iniziative dei malintenzionati e di impedire le rovinose divagazioni del bestiame. Nelle campagne periferiche, vite e frumento si spartivano sovente il coltivo (vineae cum terra) alla ricerca di equilibri produttivi funzionali all’autosufficienza.

Quanto agli alberi, la loro presenza nel filare o, più spesso, ai margini del terreno vitato rappresentava una realtà di frequente riscontro. Olivi in primo luogo, ma anche essenze a frutto dolce punteggiavano irregolarmente le vigne. Canoni in olio, oltre che in vino, erano percepiti da numerosi proprietari, preoccupati non solo di tutelare le piante, bensì anche di rafforzarne la presenza richiedendo agli affittuari nuove messe a dimora. Ciò che si è appena osservato -senza, peraltro, relegare in secondo piano il contributo delle parcelle a coltura specializzata- evidenzia pienamente il rilievo assunto dalla vigna come usuale riferimento di pratiche policolturali.

Circa l’impianto della vite, si hanno numerose testimonianze del ricorso a due sistemi di moltiplicazione per gemma: la talèa e la propaggine. E’ noto che tali sistemi mantennero un ruolo di primo piano nella viticoltura europea fino all’invasione della fillossera, in seguito alla quale si rese necessario l’innesto delle viti nostrali su quelle americane.

La ricorrente presenza -di cui si è detto poco sopra-di olivi e alberi da frutto all’interno delle vigne viterbesi e lungo i loro confini non lascia quasi mai intravedere il ricorso del coltivatore all’albero tutore (pratica di raro riscontro anche nel più vasto contesto laziale); è, per contro, ampiamente attestato l’uso del sostegno morto, con il conseguente largo impiego di pali e canne. L’ottima qualità dei materiali ricavabili dal castagno, che nel tardo medioevo copriva buona parte della montagna cimina, poneva le migliori premesse per il palizzamento, determinando, altresì, le condizioni per un vivace commercio di pali.

   Per quanto concerne il ciclo colturale della vite, le più dettagliate informazioni derivano dai cartari ecclesiastici e dai protocolli notarili. Se ne dispone dalla metà del secolo XIII. Gli interventi cui il vignaiolo viterbese si impegnava con regolarità erano vari: fra di essi, tre zappature, eseguite generalmente fra primavera e inizio estate. Raramente si praticava la concimazione; disponibile in quantità limitate, il letame era utilizzato prevalentemente per l’orto-linicoltura, in minor misura per le terre a grano.

Come più generalmente nell’Italia bassomedievale, la raccolta dell’uva si effettuava nelle terre del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia solo a partire dalla data fissata nello statuto della comunità o, comunque, definita da apposita, annuale delibera delle autorità locali. Per quanto riguarda, nello specifico, Viterbo, si registrano attraverso i secoli disposizioni diverse. Se lo statuto di metà Duecento (1251-1252) impone di non vendemmiare fino alla festa di s. Maria di settembre, si ha attestazione per il XV secolo (seduta consiliare del 21 settembre 1447) di riforme intervenute al riguardo: il Consiglio generale dovrà riunirsi -si apprende- nel giorno di s. Matteo (21 settembre) al fine di deliberare sull’avvio della raccolta.

La pigiatura dell’uva avveniva solitamente entro la vigna; allo scopo si ricorreva a vasche (torcularia) scavate nel tufo, più raramente in muratura. I torcularia erano perlopiù disposti a coppia, su livelli diversi. Da un foro praticato sul fondo della vasca superiore il mosto defluiva in quella inferiore, di dimensione ridotta rispetto alla prima. Le vasche erano spesso poste al riparo di grotte e di edifici rustici costruiti all’interno delle vigne; nell’ambito degli appezzamenti di maggiore ampiezza potevano trovar posto più coppie di torcularia. La presenza di quest’ultimi è comunque attestata anche presso abitazioni e grotte site nei centri abitati. A spremitura avvenuta, le vinacce erano utilizzate per ricavarne l’acquato, pratica ricordata sovente nei contratti agrari pervenuti.

Per quanto le fonti non consentano di ricostruire in dettaglio la vicenda viticola della provincia del Patrimonio quale ebbe a disegnarsi nell’accidentato percorso tardomedievale, risultano tuttavia individuabili, con riferimento a territori precisi, momenti di sicura espansione della superficie vitata. Nessun dubbio che uno di questi si abbia per le campagne viterbesi negli anni compresi fra il sesto e l’ottavo decennio del XIII secolo, cioè -non casualmente- nel periodo che vede la città altolaziale conoscere, tanto sul piano politico che su quello economico-sociale, una significativa affermazione.

Di tale crescente diffusione dà conto un dossier documentario costituito da una dozzina di locazioni ad pastinandum (ovvero finalizzate all’impianto di nuove vigne), il cui interesse risiede non solo nell’attestazione del processo sopra indicato, bensì anche nella precisa illustrazione dei rapporti economico-giuridici che per tali carte venivano instaurandosi. Interessate dai contratti risultano prevalentemente le campagne ad ovest e a nord della città (contrata Rianensis, contrata Campi Forestici etc. ). Tanto che avvenga per parte di chiese o di privati l’affitto è perpetuo o, comunque, di lungo periodo.

Il tempo a disposizione del locatario per portare a compimento il nuovo impianto (pastinatio) è fissato di norma in tre anni. Quanto al canone, lo si stabilisce perlopiù nella misura di 1/3 del mosto ricavato (talora, si precisa, 1/3 del mosto mondo e dell’acquato). Risulta non di rado a carico dell’affittuario anche il trasporto del mosto alle cantine del locatore e la sua imbottatura. Tanto la gravosità del canone parziario, definito nella misura di 1/3, quanto la non partecipazione del locatore alle spese richieste dai nuovi impianti, rendevano le pastinationes viterbesi duecentesche non poco onerose per il coltivatore.  

Perpetuità e lunga durata, lungi dall’essere peculiari delle concessioni ad pastinandum, rappresentano una connotazione costante degli affitti viterbesi di vigne per tutto il secolo XIII (come pure anteriormente). Muta il panorama con i primi decenni del Trecento, allorché i più antichi protocolli notarili pervenuti per la città altolaziale vengono a recare solida testimonianza della stipula di contratti di breve e media durata, frutto del progressivo passaggio da un’agricoltura di tipo sussistenziale ad altra sempre più legata alle dinamiche commerciali e speculative.

Le clausole contenute negli atti di locazione (di breve o lunga durata indifferentemente) ripetono, perlopiù, quelle illustrate per le concessioni di pastinato, ed è appena il caso di ricordare come il processo che si evidenzia per il contesto viterbese -diffusione dei canoni parziari in natura connessa all’affermazione di locazioni di breve periodo- trovi, più generalmente, riscontro nell’Italia dei secoli XIII-XIV: espressione di nuovi assetti economici e sociali che vedono il ceto dei proprietari fondiari approfittare con decisione -come sopra si diceva- delle opportunità offerte tanto dal mercato del lavoro quanto da quello dei prodotti agricoli.

Nelle campagne viterbesi e della provincia del Patrimonio si producevano diffusamente moscato, vernaccia e trebbiano e, a giudizio di Pio II -il pontefice nativo di Corsignano, poi Pienza, in Val d’Orcia- i vini viterbesi non avevano nulla da invidiare né a quelli fiorentini, né a quelli senesi.

Una produzione di buon livello doveva aversi anche a Montefiascone, Bolsena, Bagnoregio e Celleno, se è vero che non si riteneva disdicevole rifornirsi nelle località indicate in occasione dei sontuosi conviti offerti dai rettori del Patrimonio al momento di entrare in carica. Le medesime carte testimoniano come il vino bianco fosse apprezzato, in generale, più del rosso; il suo prezzo era, nel Lazio come altrove, non poco superiore.

A metà del Cinquecento, Andrea Bacci, archiatra di Sisto V e titolare dal 1567 della cattedra di Botanica alla Sapienza, fa, nel De naturali vinorum historia, un’ottima presentazione dei vini indicati come falisci, fra i quali i moscatelli di Montefiascone e Bagnoregio.

Per saperne di più:

  1. Lanconelli, La terra buona. Produzione, tecniche e rapporti di lavoro nell’agro viterbese fra Due e Trecento, Bologna, CLUEB, 1994.
  2. Cortonesi, Il lavoro del contadino. Uomini, tecniche, colture nella Tuscia tardomedioevale, Bologna, CLUEB, 1988.

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