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Viterbo STORIA
Mauro Galeotti - Foto di Ezio Cardinali

Facciata della Chiesa di santa Maria del Suffragio (Foto a fine articolo Ezio Cardinali)

Chiesa di santa Maria del Suffragio o di san Quirico

La Chiesa di santa Maria del Suffragio delle Anime, già detta di san Quirico, esiste sin dal 1132 sul piano omonimo.

Poco dopo, nel 1169, è nominata una mola presso la chiesa probabilmente ubicata verso il Torrente Urcionio. Nel 1251 lo Statuto di Viterbo colloca la Contrada di san Quirico nella Porta di san Matteo.

Nel 1413 viene riparato il tetto grazie ad un legato concesso alla chiesa che nel 1438 aveva le cappelle della Concezione, esistente ancora nel 1473, e di santa Maria e san Niccolò citata ancora nel 1484 col solo nome san Niccolò. Nel 1451 esiste già la Cappella di san Gregorio, ebbe una ricca dotazione da Pietro Lunensi e, nel 1486, vi fu posta una tavola dipinta dal viterbese Valentino Pica il vecchio (Viterbo 1415 c. - 1490), andata perduta.

In seguito fu eretta nel 1484 la Cappella di sant’Antonio; altre si menzionano e sono dedicate a santa Elisabetta nel 1529, che trovo ancora citata nel 1639 e nel 1549 a san Giuseppe.

Nel 1511 vi aveva sede l’Arte dei Lanaroli, la quale esisteva già a Viterbo nel XIV secolo, e che dal 1° Maggio di quell’anno, dispone dello Statuto. L’arte aveva un fondaco in Via della Verità ed i rettori, per tenere ben coeso lo spirito religioso dei componenti l’arte stessa, si riunivano mensilmente per assistere alla messa nella Chiesa di san Quirico, che era il loro protettore.

I Lanaroli svolgevano la loro arte per lo più nel tratto di strada che va da Piazza del Plebiscito alla Chiesa di san Biagio, quella via era detta Via della Mercanzia, oggi è identificabile nel primo tratto di Via san Lorenzo. Facevano parte dell’arte i Tessitori, i Tintori, i Valcatori, i Conciatori, i Cilindratori e le Orditrici, così scrive Giuseppe Oddi.

Nel 1532 venne riscattato un calice che era stato impegnato «pro redimenda tabula ad altare majus a Monaldo [Trofi detto «il Truffetta»] pictore» (1471 ? - post 1550).

La parrocchia, nel 1562, fu riunita a quella di san Giovanni in Zoccoli, poi fu soppressa nel 1572, perché ridotta a poche anime ed aveva poche entrate, restò semplice rettoria e fu aggregata alla più grande collegiata di santo Stefano in Piazza delle Erbe.

Questa situazione permase almeno fino al 1585.

Radicale trasformazione, nel nome e nella struttura, si ebbe quando la Confraternita delle Anime del Purgatorio, o di santa Maria del Suffragio, istituita il 18 Luglio 1618, ne prese il possesso nello stesso mese. La chiesa infatti, fu chiamata più popolarmente del Suffragio, come in effetti è chiamata ancora oggi dai Viterbesi.

La Confraternita vestiva di sacco quasi bianco con mozzetta e cordone di color nero ed il fine caritatevole era quello di suffragare, attraverso le Messe, le anime purganti. Secondo Feliciano Bussi († 1741) era «la più ricca di tutte le altre, che sono in Viterbo».

I suoi fondatori furono il canonico della Cattedrale Girolamo Vittori, Marco Antonio Bussi entrambi viterbesi e Girolamo Gherardi, romano, lo ricorda una epigrafe nella chiesa che appresso riferisco.

Nel 1622 si trovano invece le cappelle, a destra, di san Quirico con il quadro della Beata Vergine e le altre di san Pietro e di san Giovanni Battista ancora esistente nel 1685; a sinistra era quella della Visitazione con un dipinto sulla parete. Sull’altare maggiore, sempre nel 1622, era un quadro della Vergine e altri santi.

Dal 1638 al 1640 la chiesa fu ampliata a cura della Confraternita, che nomina i questuanti per raccogliere danari, poi nel 1645 si rese necessario chiudere i vicoli dietro la chiesa stessa per creare l’oratorio.

Il presbiterio (vedi foto di Ezio Cardinali a fine articolo) fu ingrandito nel 1727 dalla Confraternita che lo utilizzò quale oratorio.

«Nel dì 30 di marzo [1821] giunse in Viterbo il Principe di Sassonia colla moglie e figli [...] ascoltò la mattina seguente la Messa al Suffragio», così riferisce padre Pio Semeria.

Il 2 Settembre 1832 il cardinale Gaspare Bernardo Pianetti, vescovo di Viterbo (1826 - 1860) la consacrò, come testimonia un’epigrafe in chiesa. Giuseppe Marocco nel 1837 scrive che la chiesa è frequentatissima.

Nel 1892 la Congregazione di Carità, con un decreto, lascia aperta al culto la chiesa. All’inizio del secolo furono eseguiti non appropriati interventi alle pareti per decorarle rendendo l’ambiente troppo carico di ornamenti. Si lamenta di ciò, nel 1920, anche Andrea Scriattoli e scrive «vi fu fondata la confraternita che attualmente la possiede e che di recente l’ha fatta un po’ troppo chiassosamente decorare».

Chiusa al culto, nel 1949 venne riaperta dopo le riparazioni al soffitto eseguite dalla Ditta Romano Giusti.

La facciata (vedi foto di Ezio Cardinali a fine articolo) risale al XVII secolo ed è divisa da una trabeazione in peperino, con nicchie, che dovevano essere destinate ad accogliere statue, ed ornamenti geometrici. Reca sopra al portale un bell’affresco raffigurante la Madonna con gli angeli e le anime purganti, contenuto tra teste di cherubini in peperino. La facciata è stata ripristinata nel 1981 e la predetta pittura è stata restaurata nel Marzo 2000.

In alto, in posizione centrale, è un ampio finto finestrone con una conchiglia contenuta in una cornice di peperino. Ai lati sono quattro torciere, il tutto termina con la cuspide che porta lo stemma del cardinale Brancaccio, vescovo di Viterbo.

Sulla sinistra, in fondo alla chiesa, si innalza il campanile a vela dotato di tre campane. In una nota  del 22 Marzo 1941 del rettore Francesco Pietrini, leggo che la campana media porta la data 1803.

Nel 1499 Matteo di ser Rosato lascia una vigna «per rifare la loggia», scrive Giuseppe Signorelli.

Sin dal 1256 si nomina un portico avanti alla chiesa e ancora negli anni 1336, 1341, 1498 e 1501, dovrebbe essere esistito sino al primo decennio del secolo XVI. Sotto di esso i notai erano usi redigere i loro atti, mentre i Lanaroli l’avevano scelto quale luogo ove dimostravano, ai rettori della loro arte, la bontà del prodotto lavorato.

Nella chiesa in alto in corrispondenza dei costoloni sono varie testine sporgenti in terracotta che rappresentano le anime del Purgatorio. Lungo le pareti è un grande mensola al di sopra della quale si aprono le finestre che danno luce all’interno.

Sotto alla mensola, ad iniziare dalla destra dell’organo leggo, su una fascia azzurra con lettere dorate:
Quia pius es / libera animas omni / um fid. defuncto / rum deis. r. [è poi l’arco della navata] lux etern. / luceat eis domi / ne cum sanctis tuis / in aeternum [segue l’organo].

Il soffitto (vedi foto di Ezio Cardinali a fine articolo) è in tela di iuta dipinta che necessita un adeguato immediato restauro, porta al centro un quadro di pittore locale, del secolo XVIII, nel quale è raffigurato Dio Padre in gloria tra Cristo e la Vergine e le anime del Purgatorio.

Subito a destra, sulla parete, è l’epigrafe in marmo:
Gaspar Bernardus Pianetti / epûs viterbieñ / templum hoc instauratum / consecravit / die II sept [con~ sulla pt] a D. MDCCCXXXII.

Sopra al primo altare, (vedi foto di Ezio Cardinali a fine articolo) sovrastato da una edicola con colonne scanalate rese di color nero, è una Crocifissione, del XVIII secolo, con santi fra cui, in abito da vescovo, è san Gregorio al quale era dedicata la cappella, opera della fine del secolo XVII.

Segue l’altra tela, in un altare con edicola terminante a semicuspide, raffigurante l’Arcangelo Raffaele che accompagna Tobiolo, opera di ignoto risalente alla fine del XVII secolo, in alto insita nella tela stessa è una Madonna col Bambino che potrebbe far parte del dipinto di Valentino Pica del 1486, quando la chiesa ricevette un legato per far dipingere una tavola a quel pittore, che Giuseppe Signorelli, e non solo lui, chiama Picca.

Il grande arco sorretto da colonne, che divide il presbiterio dalla navata, (vedi foto di Ezio Cardinali a fine articolo) presenta nei triangoli in affresco, eleganti figure allegoriche del XVIII secolo. Nella chiave dell’arco è un grande cartiglio dove intravedo:
[…] Adr. Sermatthejo epo / amplius spatium ac decus / sacris hisce aedibus / societas / an. Dom. / MDCCXXVII.

Il presbiterio a forma ottagonale presenta quattro porte, sovrastate da matronei, sulle quali in quattro tondi sono raffigurati gli Evangelisti che l’anonimo, il quale nel 1875 ha redatto un elenco dei quadri esistenti nelle chiese di Viterbo, definisce «opera del pittore Vanvitelli romano».

L’altare maggiore (vedi foto di Ezio Cardinali a fine articolo) è in marmo con quattro colonne che sostengono la trabeazione su cui insistono due fiamme e due angeli in ginocchio i quali, a loro volta, sostengono un ovale con ghirlande col simbolo della Madonna.

Il quadro sull’altare maggiore rappresenta L’apparizione della Madonna alle anime del Purgatorio, opera del viterbese Francesco Maria Bonifazi (1637 - 1722 c.). La tela recentemente restaurata da precedenti ritocchi e sovrapposizioni, mostra finalmente tutta la sua magnificenza, infatti è ben congeniata la figura della Madonna col Bambino in piedi, alla quale un angelo presenta un’anima purificata nell’atto di lasciare le anime purganti.

L’affresco sopra l’abside (vedi foto di Ezio Cardinali a fine articolo), Abacuc, l’Angelo e Daniele nella fossa dei leoni, è opera del romano Luigi Vanvitelli (1700 - 1773) del 1730, che lo eseguì su invito dell’amico Domenico Gnazza.

A destra è una pala del secolo XVII con l‘Incoronazione della Vergine tra cinque sante, fra cui la quarta da sinistra, con il serto di rose sul capo, è santa Rosa da Viterbo. Sul lato opposto è la tela seicentesca Nascita di san Giovanni.

Nella navata (vedi foto di Ezio Cardinali a fine articolo), sopra il secondo altare dall’ingresso, è il quadro settecentesco raffigurante sant’Andrea Avellino mentre ha una visione, l’anonimo di cui sopra (1875) lo attribuisce al pittore Vincenzo Strigelli.

Sull’altare successivo è la tela del 1630 con san Giovanni Battista che battezza il Cristo di Anton Angelo Bonifazi, riprodotto in un francobollo emesso dal Sovrano Militare Ordine di Malta nel 1993.

Segue in parete, presso l’ingresso, l’epigrafe in ricordo dei già citati fondatori della Confraternita:
Hieronymo can.co Victorio / M. Ant.° Bussio / viterbiensibus / Hier.° Gherardo romano / huius sodalitii fundatoribus confratres / p. p.

Un organo, (vedi foto di Ezio Cardinali a fine articolo) realizzato da Raffaele e Domenico Antonio e fratelli Fedeli di Camerino del 1777, è nella cantoria sopra la porta d’ingresso.
Ha cassa indipendente con facciata a cuspide centrale con venticinque canne e conserva ancora una spiccata caratterizzazione timbrica e l’intonazione originale settecentesca.

All’interno della secreta verso sinistra, su un foglio di carta incollato all’organo stesso, è scritto:
Raffaelle e Domenico Antonio e Fratelli de Fedeli di Camerino fabricasi da noi organi nuovi 130 - 1777.

In sacrestia era il quadro opera del viterbese Domenico Corvi (1721 - 1803) la beata Giacinta Marescotti che dà la Regola al libertino convertito Francesco Pacini, visto nel 1972 da Italo Faldi, fu poi portato all’Episcopio ed ora al Museo del Colle del Duomo. Vi è anche una Annunciazione, tela di ignoto dei primi del XVIII secolo.

Sempre in sacrestia, nel 1920, era visibile una tavola con dipinta la Madonna in trono, san Giovanni Battista, san Pietro e san Quirico ritenuta, dallo storico Andrea Scriattoli, opera di Monaldo Trofi, detto il Truffetta, (1471 ? - post 1550) di origine còrsa, tanto da essere chiamato anche Monaldo Còrso. Secondo Italo Faldi l’anno di nascita, 1481, indicato, senza citazione della fonte, da Mario Signorelli, deve essere anticipato almeno di un decennio.

La tavola fu dipinta verso il 1505 e, riferisce Andrea Scriattoli, si diceva perduta. Giuseppe Signorelli, sul manoscritto sulle Chiese di Viterbo annota che costò trentacinque ducati e fu eseguita per l’altare di san Quirico. Monaldo Trofi, o Roffii, di Sante, nel 1509 dipinse il tondo sulla volta del coro di santa Maria della Quercia.

In quell’anno era a Tarquinia, «civis cornetanus», dove sposò Lella Salvuzzi (secondo Balduini sposò Rosata) di quella città, poi si trasferì a Viterbo, è citato da Cesare Pinzi come «habitator Viterbii», dove comprò una casa vicino alla Chiesa del Suffragio e dipinse per l’altare maggiore di questa un’ancona andata perduta. Ernst Steinmann (1901) ritiene che il Truffetta era ancora vivo nel 1539, Lorenzo Balduini scrive (1985) che nel 1550 il pittore vendette un oliveto, invece per Mario Signorelli (1965) l’anno di morte si aggira intorno al 1537.

Di fronte alla Chiesa di santa Maria del Suffragio era un palazzo con eleganti finestre in stile cinquecentesco con sull’angolo, secondo quanto scrive Andrea Scriattoli nel 1915 - 1920, «uno stemma che figura inquartato in quello dell’albergo Schenardi e, cogli emblemi prelatizi, sulla porta della piccola chiesa di S. Vito in Via Principe Umberto [oggi Via cardinal La Fontaine] nonché su altri architravi nell’adiacente Vicolo della Sapienza». Lo stemma era con l’ariete dei Bonelli e la quercia dei della Rovere.

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