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Villa San Giovanni in Tuscia STORIA... ANCHE DELLE "FAVE DA MORTO"
Micaela Merlino

Larva convivialis, mosaico dalla Villa dei Quintili a Roma ora al Museo Nazionale Romano

La credenza negli spiriti dei defunti che “a volte ritornano” tra i vivi ha radici lontane, e si ritrova anche nelle superstizioni nostrane.

A volte ritornano” è il titolo di un film di genere thriller-fantasy del 1991, basato sull’omonimo racconto del noto scrittore Stephen King, diretto negli Usa dal regista Tom Mc Loughlin e interpretato da Tim Mateson e Brooke Adams.

La vicenda ruota attorno a Jim, insegnante di letteratura, che ritorna con la sua famiglia a vivere nella città dove trascorse l’infanzia, e dove tanti anni prima si consumò una tragedia. Assaliti da una banda di teppisti, Jim riuscì a mettersi in salvo fuggendo, invece suo fratello Wayne perse la vita. Ma anche i tre teppisti non ebbero sorte migliore perché furono travolti da un treno in corsa.

Mosaico con scheletro coppiere (detto anche Carpe diem) da Pompei, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Gli spiriti dei tre teppisti di un tempo, ridotti a zombies, sono ora determinati a vendicarsi contro Jim. La trama di questo film è assolutamente inventata, ma non così è per il presupposto che fa da fondamento al racconto: il ritorno dei morti viventi. Questo idea, infatti, appartiene ad una credenza ancestrale che si ritrova in moltissime culture umane, non solo occidentali. Infatti tutti i gruppi umani hanno sempre sperimentato emozioni contrastanti di fronte alla morte: profondo rispetto ma anche molta paura per una dimensione razionalmente insondabile, e fondamentalmente misteriosa.

Alla trama di un film thriller potrebbe appartenere anche un noto episodio della leggenda romana delle origini, confluito nell’opera di Tito Livio “Ab urbe condita” (I, 7). Si narrava che al momento della fondazione di Roma sul colle Palatino, Romolo si macchiò di fratricidio uccidendo a sangue freddo il suo fratello gemello Remo, che aveva osato scavalcare il solco primigenio commettendo un sacrilegio. Pentitosi dell’assassinio e preoccupato di placare l’anima irata del fratello, Romolo istituì la festa dei Lemuria (detta anche Lemuralia).

In effetti nell’antica civiltà romana c’era la credenza in due tipi di spiriti dei morti, entrambi indesiderati, i Lemures e le Larvae. Con il primo vocabolo si indicavano gli spettri di persone venute prematuramente a mancare a causa di una morte violenta, le quali tornavano nei luoghi in cui avevano vissuto e con intenti malevoli tormentavano i vivi. Con il termine Larvae si indicavano, invece, gli spiriti dall’aspetto di scheletri o di dèmoni scheletriti, di persone che durante la loro vita terrena erano state particolarmente malvagie. Non trovando pace nemmeno dopo la morte, tornavano a tormentare i vivi, arrivando persino a scatenare in essi la follia.

Per difendersi dai loro influssi malefici si ricorreva a riti di espiazione e a lustrazioni (cerimonie di purificazione). Annualmente nei giorni 9, 11 e 13 maggio venivano celebrate le feste dei Lemuria, con un duplice scopo: esorcizzare la potenza negativa dei Lemures e preservare la casa e la famiglia dal loro nefasto influsso. La cerimonia notturna veniva officiata all’interno della domus (casa) dal paterfamilias (capofamiglia), che per l’occasione si trasformava in un sacerdote domestico. Il rituale era molto significativo, i gesti e le parole erano pregni di un profondo valore simbolico, come attesta la descrizione che ne ha fatto Publio Ovidio Nasone nell’opera “Fasti” (V, 419-483).

Il paterfamilias doveva stare a piedi nudi e per tre volte purificava le sue mani lavandole, quindi metteva in bocca una faba (fava) nera per nove volte, sputandola dietro di sé in direzione della porta d’ingresso, ma senza rivolgere verso di essa lo sguardo. Doveva poi recitare la formula “Con queste fave io riscatto me e i miei”, poiché si credeva che i Lemures avrebbero raccolto le fave per cibarsene.

Quindi si lavava di nuovo le mani, proclamava “Manes exite paterni” (“Ombre degli Antenati andatevene”), e si voltava indietro perché ormai i Lemures, sazi e placati, erano andati via lasciando in pace la famiglia. I Romani consideravano la faba (pianta erbacea delle leguminose papiglionacee) come un alimento in stretta connessione con i defunti, credenza mutuata dai Greci, che erano soliti consumare le fave durante i banchetti allestiti in onore dei morti. Questa usanza pagana è stata tramandata nel tempo, tanto da essersi conservata nella cultura popolare italiana. Infatti, in molte regioni nella ricorrenza del 2 Novembre, Commemorazione dei defunti, si mangiano le cosiddette: “Fave dei morti”.

Non si tratta più della pianta vera e propria, ma di piccoli dolci a forma di fava, preparati dalle donne con farina, zucchero, albume d’uovo e mandorle pestate. Non bisogna però dimenticare che i Romani credevano anche nell’esistenza di spiriti molto benevoli. Tra questi c’erano soprattutto i Manes, le anime dei defunti nell’accezione di Antenati. Lo scrittore Marco Terenzio Varrone fece derivare il nome da manus, un aggettivo sinonimo di bonus (“buono”), pertanto il significato della loro denominazione era “i benevolenti”.

Tuttavia con i defunti bisognava essere sempre molto pii, cioè rispettosi dei riti a loro dovuti. Ai Manes erano dedicate due festività, i Parentalia che si celebravano dal 13 al 21 febbraio, e i Rosaria (o Violaria), festa durante la quale si usava deporre fiori presso le tombe dei propri cari. Ma secondo una leggenda in un certo anno i Romani dimenticarono di celebrare i Parentalia, cosicchè i benevoli Manes si ribellarono a tanta indolente trascuratezza, e per vendicarsi si riversarono in massa all’interno di Roma. La città si trasformò in un ricettacolo di spettri irati e vaganti per le strade, nei luoghi pubblici e nelle case, tra lo sgomento generale. I Romani, allora, corsero ai ripari placando i Manes con i riti appropriati.

Il Cristianesimo lentamente sradicò queste superstizioni pagane circa i “fantasmi”, alcuni elementi delle quali però sopravvivono nel folclore, debitamente studiato da tanti etnologi del passato e del presente. Le tradizioni popolari sono una parte importante del patrimonio culturale italiano. Poco riesco, perciò, a comprendere il favore accordato da alcuni anni anche in Italia alla festa di Halloween.

Sicuramente si tratta di una festa molto interessante dal punto di vista culturale, anche perché alcuni suoi elementi derivano da una grande civiltà quale fu quella celtica, e quindi merita di essere studiata con attenzione. Ma trapiantata e rivitalizzata qui rischia di diventare solo banale occasione di festicciole un po’ macabre. Il consumismo esasperato ha però tutto l’interesse di promuovere feste allogene, sradicandole dal loro proprio contesto culturale e promuovendole appunto de-contestualizzate e de-significate per meri interessi di fatturato, cioè purché “si venda”.

 

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