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Viterbo STORIA DI VITERBO
Fabio Ernesti

 

Mi fa piacere pubblicare questi ricordi di Fabio sulla vita di tutti i giorni nella Viterbo d'un tempo, lo faccio perché spero ci sia qualcun altro che porti su questo quotidiano i suoi ricordi, perché non si perda la memoria di chi ha vissuto tempi che non verranno mai più. (m.g.)


Piazza delle erbe anni '20 (Archivio Mauro Galeotti)

Piazza Santo Stefano, Piazza delle Erbe, Piazza Vittorio Emanuele II, ma per i Viterbesi è sempre stata ed è Piazza d'Erba. Infatti, il classico appuntamento è: "Se vedemo a passa’ su, a Piazza d'Erba".

E in quella piazza, nel palazzetto ad angolo con via Saffi (prima era via del Melangolo) sono nato sessantacinque anni fa ed ho trascorso la mia giovinezza. Quello è stato il mio osservatorio privilegiato, perché il cuore della città era lì.

Sottostante all'abitazione, fin dall'inizio del 1900, esisteva il negozio di salumeria di mio nonno Giuseppe e del fratello Sabatino, successivamente di mio padre Ferruccio e mio zio Italo, che nel 1951 avevano lasciato la gestione a Lillo (Angelo Natalini), il quale coadiuvato dai commessi Marino e dal giovane Elio dispensavano gli eccellenti prodotti alla clientela di buongustai.

Le pareti erano rivestite di piastrelle bianche, alle spalle del banco di vendita, in alto, era collocato un grande specchio sul lato del quale era riportato un disegno anni trenta, un cameriere in frac che serviva il formaggio Bel Paese ad una elegante coppia seduta al tavolo. Era un tripudio di prosciutti, salami e altri insaccati di produzione propria, poi le mortadelle di Bologna, lo zampone e il cotechino di Modena, le lenticchie di Altamura, quelle di Castelluccio di Norcia e di Onano, i fagioli borlotti, i cannellini, quelli di Sutri, il riso Arborio, Carnaroli, R.B., la pasta di Fara San Martino, il parmigiano reggiano, le aringhe affumicate, il baccalà e lo stoccafisso. Sulle scansie facevano bella mostra i vasetti con le carote viterbesi (di produzione propria e vanto del negozio), la mostarda di Cremona, la gelatina di frutta della Ligure Lombarda, l'estratto di carne Liebig, i carciofini e funghi sottolio e ancora tante prelibatezze.

Vasetto per le Carote viola di Viterbo realizzato negli anni 30 del 1900
(Collezione Mauro Galeotti)

Dietro la cassa troneggiava la nonna Angelina (nata nel 1880) sempre vestita con abiti neri e gonne lunghe fino ai piedi, candidi capelli acconciati con cipolla sulla nuca trattenuta da pettine di tartaruga, una lunga collana d'oro e all'estremità il ventaglio che veniva sostituito periodicamente (ne aveva una collezione).

Ero affascinato dalla rossa macchina affettatrice Berkel che veniva azionata a mano da un grosso volano con manopola, le bilance, anch'esse Berkel e rosse, avevano i due piatti, in uno veniva posata la merce e nell'altro i piccoli pesi che corrispondevano ai 10, 50, 100, 200, 500 grammi e un kilo; in seguito vennero sostituite con quelle più moderne con unico piatto e quadrante numerato con relativa freccia indicatrice del peso.

Mi soffermavo ad osservare l'abilità con la quale venivano confezionati i pacchetti a seconda della merce: un cartoccio di carta gialla per i legumi e il riso, per prodotti che potevano ungere (salumi affettati, tonno, acciughe, etc.) un foglio di carta oleata e uno di carta grigia, i singoli pacchetti venivano radunati in un foglio grande di carta leggera, avvolti in un unico pacco, poi legato con uno spago sottile.

Piazza delle erbe con la fontana gelata anni '20 (Archivio Mauro Galeotti)

I conti venivano fatti a memoria e scritti a matita sui blocchetti di carta che riportavano le varie reclame delle ditte fornitrici, il cliente consegnava il conto alla cassa, la nonna con un rapido sguardo controllava incassava e dava il resto. Nel periodo pasquale nonna Angelina con carta velina multicolore confezionava decine di fiori il cui gambo era di leggero fil di ferro. Fuori gli ingressi del negozio, su Piazza delle Erbe e a Via Saffi, veniva preparata la mostra: un numero imprecisato di salami di tutte le misure venivano appesi, dall'alto scendevano gradatamente e formavano una cornice alle porte di ingresso, come le canne di un organo, i fiori servivano per ingentilire e dare una nota di colore all'uniformità della merce.

A quei tempi veniva ripetuto un detto: che differenza c'è tra Ernesti e Schenardi? Nessuna, perché tutti e due hanno i salami sulla porta (alludendo ai numerosi giovanotti che sostavano all'ingresso dell'antico caffè). Per le feste natalizie la mostra veniva allestita all'interno del negozio: due tavoli uniti e coperti da una stoffa rossa drappeggiata costituivano l'appoggio per i prodotti del momento: tortellini freschi di Fini, che ogni giorno arrivavano con il corriere da Modena, cotechini e zamponi, pacchi di lenticchie, salmone affumicato, aceto balsamico, bottiglie di Lambrusco.

Sempre sulla piazza, tra via Roma e via Saffi, era ubicata la sartoria militare Giusti. A quei tempi a Viterbo era di stanza il Reggimento Paracadutisti. Il basco che indossavano, ancora grigio verde, nella circonferenza, dove veniva posto in testa, aveva un supporto di cuoio che con il tempo e il sudore si consumava e doveva essere cambiato.

La signora Vanda, insieme alle lavoranti Elena e Gabriella scucivano la vecchia fascia di cuoio e ricucivano la nuova, a fine giornata venivano sistemati decine di baschi. Il negozio aveva un vasto assortimento di merce necessaria a tutte le Armi (gradi, spille, medaglie, berretti) e confezionava le divise su misura. Sulla piazza si affacciavano le porte del Ristorante Antico Angelo, con accesso anche in Via dell'Orologio Vecchio, e di fronte sostavano i taxi e le carrozzelle con cavallo per il servizio pubblico.

Gestore del ristorante era Gervasio Morini, naturalmente cliente del nostro negozio, e il locale era apprezzato e conosciuto per l'alta qualità dei cibi che venivano preparati dal cuoco Gaetano, piccoletto e tarchiato con pizzetto e fumatore di toscano, arcigno incuteva timore e spesso in cucina, per motivi di lavoro, si adirava con i camerieri e allora urlava improperi e sbatteva le pentole.

Gervasio interveniva per rappacificare gli animi anche perché era un tipo ameno che cercava con battute umoristiche di mettere tutto sullo scherzo . Nel locale i clienti venivano serviti da quattro camerieri (che poi sono diventati titolari di altrettante trattorie) impeccabili con scarpe, pantaloni e cravatta a farfalla neri e camicia e giacca bianche.

Nell'angolo inizialmente si trovava l'attività dell'Italiauto di Ercoli e poi del nipote Mario Pontani, poco dopo subentrò l'allor giovanissimo Francesco con la merceria, attualmente ancora esistente.

C'era poi il negozio di barbiere, un bel locale rivestito di marmo multicolore con poltrona per i clienti che sembrava la sedia gestatoria, titolare era Dante Mainella, magrissimo con i capelli bianchi e lunghi, da maestro d'orchestra, appassionato di opera lirica, durante il lavoro a bassa voce cantava alcune romanze o disquisiva degli argomenti più disparati. Era un precursore di quelli che poi sono stati chiamati acconciatori, infatti, era lui a decidere, in base alle caratteristiche del volto del cliente, il taglio di capelli da effettuare.

Accanto al suo negozio c'era l'armeria di Meco Segatori, figlio di Cacapalle, soprannome acquisito a seguito dell'invenzione di una cartuccia da caccia grossa (opportunamente brevettata e venduta in tutto il mondo), ritrovo di cacciatori che acquistavano cartucce, fucili e attrezzatura e si trattenevano per dilungarsi in mirabolanti racconti (in maggior parte infarciti di bugie e esagerazioni come è consueto per tutti i cacciatori).

La tabaccheria di Aldo Signorelli era molto frequentata anche se allora c'era una ridotta scelta di sigarette: Nazionali, Nazionali esportazioni, Alfa e per i più raffinati alcune marche americane. Era il ritrovo di numerosi avvocati che, avendo lo studio in centro, acquistavano le marche e le carte da bollo. Il sabato si giocava la schedina del Totocalcio, al reparto tabacchi restava la moglie e Aldo si ritirava in fondo al banco dove aveva ricavato la ricevitoria. Alla presentazione della schedina (che veniva scritta a mano), controllava che fosse ben compilata nelle sue tre parti, poi staccava il talloncino dal raccoglitore, lo inumidiva nella spugnetta e infine lo incollava sulla parte superiore della schedina, infine, con un righello la tagliava in due parti consegnando la ricevuta al cliente, riponendo l'altra parte nel cassetto.

Queste operazioni venivano effettuate con cura meticolosa, di conseguenza si formava un assembramento di persone che nell'attesa parlavano tra loro indicando i pronostici delle partite più importanti.

Accanto alla tabaccheria si trovava il bar di Capoccetti e di seguito il negozio di tessuti di Saggini, un negozio di orologeria al quale subentrò il fotografo Dino Costantini e la merceria Giacomini. All'imbocco di via della Rimessa, a ridosso del muro di Palazzo Gatti era stata ricavata una minuscola edicola di giornali dove la Renata, data la sua mole robusta, faceva fatica ad entrare, eppure estate e inverno, con la pioggia, la neve, il caldo, era sempre lì a vendere i quotidiani Tempo e Messaggero, e poi la Domenica del Corriere, Intimità, e altre poche testate. La invidiavo pensando alla sua possibilità di leggere gratis tutti i fumetti. Adiacente era la farmacia Rossi, ambiente austero con stigliature di legno intagliato, stile gotico, dove la sera si radunavano alcuni medici amici del titolare. Tra questi spiccava il dottor Marzetti, alto, distinto, capelli candidi e sempre vestito con abiti neri.

Nel vicolo del Macel Gattesco era ubicata la Trattoria Tre Re, la regina della cucina era la signora Amelia Russo e il marito Toto serviva ai tavoli. I figli Umberto, Elena, Vittorio, Carlo e Emanuele spesso erano dai genitori e tra le nostre famiglie esisteva un rapporto di cordialità. Il locale era frequentato da clientela selezionata, re Adolfo di Svezia durante l'annuale campagna di scavi all'Acquarossa, anche i cinematografari (a quei tempi si girarono molti film a Viterbo) erano di casa, così gli artisti che venivano per le stagioni teatrali di prosa o operistica al Teatro dell’Unione.

La signora Amelia fondava la sua eccellente cucina sui prodotti di stagione e la tradizione locale; ho ancora la ricetta che diede a mia madre per preparare i favolosi maccheroni con le noci, specialità natalizia.

Sempre sulla piazza c'era il negozio per la vendita del pane e l'adiacente forno dove veniva preparato; a notte fonda, con le finestre aperte, si avvertiva il profumo del pane fresco appena sfornato.

La finestra della mia camera era sulla piazza e al mattino d'inverno, quando mi alzavo per andare a scuola, guardavo la fontana per regolarmi sulla temperatura. Quando i leoni avevano la barba (il ghiaccio formatosi dall'acqua spruzzata dal vento sulla testa delle quattro statue) significava che faceva molto freddo. La sera prima di coricarmi rivolgevo il mio sguardo verso i leoni e avevo la sensazione che mi proteggessero con la loro maestosità, poi mi addormentavo al dolce e sommesso rumore dell'acqua che scorreva nella fontana di Piazza d'Erba.

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