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Villa San Giovanni in Tuscia STORIA
Micaela Merlino

Mosaico con cane da guardia casa di Paquio Proculo a Pompei

Anche i Romani ammiravano le grandi virtù del cane e lo consideravano il loro migliore amico.

I Greci tramandarono una storia esemplare, che metteva in luce la grande virtù della fedeltà e dell’attaccamento che i cani dimostravano nei confronti dei loro padroni.

Si tratta del mito di Mera, il cane dell’ateniese Icario. Costui dopo aver introdotto in Attica la coltivazione della vite, fu ucciso dai contadini ubriachi, i quali temevano che con questa nuova bevanda Icario li volesse avvelenare. La figlia Erigone, ignara dell’accaduto, andava cercando suo padre, ma finalmente i latrati di Mera le svelarono la verità, facendole trovare il luogo dove il suo corpo era stato sepolto.

La fanciulla fu colta da un dolore tanto intenso e insopportabile, che disperata si impiccò ad un albero posto lì vicino. Resosi conto della doppia tragedia che in breve tempo si era consumata, causando la morte di persone a lui molto care, Mera si accucciò sopra la tomba di Erigone senza muoversi più, e vi rimase fino alla sua morte. Mosso a compassione, il dio Dioniso per nobilitarlo lo trasformò nella Costellazione del Cane o Procione. Anche i Romani vennero a conoscenza di questa storia tenera e tragica, come si evince dal racconto che ne ha fatto Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17 o 18 d.C.) nell’opera “Metamorfosi”.

Da Pompei calco in gesso di un cane

Del canis (cane) venivano apprezzate molte belle virtù: la fides (fedeltà), tanto che Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio (23 d.C.-79 d.C.) lo definì il fedelissimo compagno dell’uomo, l’attaccamento, l’obbedienza, l’affetto incondizionato, la nobiltà d’animo, il grande intuito, la spontaneità nel manifestare le proprie emozioni attraverso i movimenti della coda, i diversi modi di abbaiare e le differenti posture del corpo.

Come testimoniano alcune fonti latine, diverse razze erano conosciute e ricercate, i catuli e le catellae (cani di piccola taglia di entrambi i sessi), i cani umbri, etruschi e salentini. Razze importate erano il molosso d’Epiro, il vertragus, il lacone e il mastino cretese. Il molosso d’Epiro, già usato in Grecia come cane da guardia e da pastore, fu importato anche in Italia, e Giunio Bruto Moderato Columella (4 d.C.-70 d.C.) lo descrisse nella sua opera “De re rustica”.

Cave canem nella casa del Poeta Tragico a Pompei

Il vertragus era un levriero importato dalla Gallia, e utilizzato soprattutto per le gare di corsa. Il lacone era un cane da caccia molto apprezzato in Grecia, lo storico ateniese Senofonte (430/425 a.C.- 355 a.C.) nell’opera “Kynegeticos” descrisse le caratteristiche della razza e le modalità del suo addestramento. Il mastino cretese era forse un incrocio tra il molosso e il lacone, mentre altre razze venivano importate dalla Britannia.

Tuttavia come cani domestici da compagnia i Romani preferivano quelli di piccola taglia, catuli e catellae, con in quali stabilivano profondi legami di affetto. Il poeta Marco Valerio Marziale (38/41 d.C.-104 d.C.) dedicò un epigramma alla cagnolina Issa appartenente ad un certo Publio, che con lui divideva “gioie e dolori”. Spesso erano cani “viziati” non solo con coccole, ma anche con il cibo, che veniva loro offerto in prelibate ed abbondanti porzioni, come si legge ironicamente nel “Satyricon” di Tito Petronio Nigro, meglio conosciuto come Petronio Arbiter (27 d.C.- 66 d.C.).

In casa di Trimalchione, liberto arricchito ma rimasto assai rozzo nei comportamenti, c’era una “cagnolina da compagnia nera e grassissima”, che all’ora del desinare uno schiavo avvolgeva in un panno verde e imboccava con tanto cibo, da farla quasi scoppiare. Compagna, involontaria, dei bagordi dei suoi padroni, la sua pinguedine contribuiva a sottolineare lo status di liberto arricchito di Trimalchione. Altri cani di dimensioni maggiori e un po’ più aggressivi, venivano invece utilizzati per la guardia di case e di altri luoghi. A Pompei nella casa del pistor (panettiere) Paquio Proculo fu rinvenuto un mosaico raffigurante un cane attaccato alla catena, che fa la guardia ad una porta.

Collare, Museo Nazionale Romano

Cartelli con la scritta “Cave canem” (“Attenti al cane”) avvertivano in anticipo della presenza dell’animale, come dimostra un mosaico posto sul pavimento d’ingresso della “Casa del Poeta Tragico” a Pompei. Sempre a Pompei nella “Casa di Orfeo” fu eseguito il calco in gesso di un cane, morto durante l’eruzione del Vesuvio del 24 Agosto del 79 d.C.: il povero animale non ebbe la possibilità di scappare per mettersi in salvo, poiché era attaccato alla catena tramite uno spesso collare. Un collare in bronzo, forse appartenuto ad un cane (secondo altri studiosi, invece, era di uno schiavo), è conservato a Roma nel Museo Nazionale Romano-Terme di Diocleziano. Reca una piccola placca sulla quale è incisa un’iscrizione: chi avesse ritrovato il cane, eventualmente fuggito, e lo avesse riconsegnato al suo padrone Zosimo, avrebbe avuto in dono un solidus, cioè una moneta d’oro (introdotta dall’imperatore Costantino).

I Romani conoscevano molto bene anche l’episodio di Argo, il cane di Odisseo (Ulisse), narrato nell’ “Odissea”. L’animale amato, curato e nutrito dall’eroe “di sua mano”, dopo la partenza di questi per la guerra di Troia era rimasto abbandonato a sé stesso, a causa della negligenza delle ancelle che lo trascuravano. Nonostante i venti anni di assenza del padrone, riconobbe subito Odisseo quando tornò alla reggia di Itaca, seppure sotto mentite spoglie. Vecchio e malandato non riuscì a correre incontro al suo grande amico, ma per dimostrargli l’affetto immutato mosse felice la coda, abbassò le orecchie, e poco dopo con il cuore ancora pieno di gioia “Argo la Moira nera di morte afferrò”.

La morte di un cane era un grande dolore, ed anche molti Romani versavano calde lacrime, nascendo subito in loro il desiderio di onorare degnamente la memoria di un amico tanto speciale. Ne fanno fede alcune epigrafi funerarie scritte in latino, nelle quali padroni dolenti vollero ricordare con parole piene di affetto il loro cane.

In una di queste è ricordata una cagnolina: “Era intelligente quasi come un essere umano, a suo modo, che tesoro, ahimè, abbiamo perduto! Venivi sempre, dolce Patrizia, al nostro tavolo, ti sedevi sul mio grembo per farti imboccare, con lingua svelta vuotavi il calice che spesso la mia mano ti porgeva. Se rincasavo stanco mi accoglievi scodinzolando felice”. Il padrone non voleva separarsi dal suo cane neppure se fosse stato lui a premorire all’animale, ed è per questo che Trimalchione lasciò, tra le altre volontà testamentarie, la richiesta che sul suo sepolcro fosse raffigurata la sua amata cagnolina paffuta.

Nell’antica Roma c’erano, ovviamente, anche cani meno fortunati di quelli che vivevano nelle case degli aristocratici, ma non per questo essi erano meno amabili e affettuosi. Seneca nell’opera “De vita beata” citò il caso dei cani che facevano compagnia ai mendicanti, che lungo le strade, nel foro o in altri luoghi pubblici chiedevano l’elemosina.

Cane Molosso

C’erano anche cani randagi, i quali però in una città come Roma riuscivano a sfamarsi piuttosto bene, grazie ai rifiuti organici che venivano giornalmente gettati sulle vie e sulle piazze. Infatti c’era la pessima abitudine di lanciare i rifiuti dalle finestre, come ha raccontato il poeta Decimo Giunio Giovenale (50/60 d.C.- post 127 d.C.) in una sua satira. I canes pastorales, invece, vivevano in campagna ed erano utilizzati per accudire le greggi, mentre i canes venatici erano usati nella caccia, ed erano distinti in base alla capacità di individuare le prede, e alla abilità nel correre più o meno veloci. Purtroppo i Romani erano molto amanti di questo “sport”, che invece oggi moltissime persone, per fortuna, non considerano più tale ma quale atto di crudeltà nei confronti degli animali.

I Romani non rispettavano gli animali nemmeno quando si trattava di culto rivolto agli dèi. In quanto ai cani, alcuni esemplari insieme a delle capre venivano sacrificati durante la festa dei Lupercalia, che si svolgeva a Roma dal 13 al 15 Febbraio in onore del dio Fauno-Luperco. Ma grazie all’avvento del Cristianesimo progressivamente i riti pagani furono sempre più ridotti, fino alla loro totale abolizione alla fine del IV secolo d.C., e ciò pose fine al massacro rituale di tanti animali innocenti. Però i Lupercalia erano ancora celebrati alla fine del V secolo d.C., come testimonia una lettera inviata nel 495 da Papa Gelasio ad Andromaco, nella quale il Pontefice lamentava la resistenza di questo rito considerato vergognoso. Ma di lì a poco fu del tutto abolito.

Nonostante che in ambiti specifici, la caccia, i riti sacrificali e i giochi cruenti nell’anfiteatro, i Romani manifestassero assenza di rispetto e tanta crudeltà nei confronti degli animali, non si può però negare che in altre occasioni, e soprattutto tra le mura domestiche, molti animali ed in particolare i cani godettero dell’affetto sincero, della grande ammirazione e delle buone azioni dei loro amici umani. 

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