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Viterbo LA STORIA DI VITERBO
Mauro Galeotti (dal libro L'illustrissima Città di Viterbo)

La Torre di Sassovivo sull'attuale Via del Pilastro, alla fine dell'800,
si nota l'antemurale costruito per maggiore difesa della città (Archivio Mauro Galeotti)

Nel tratto di mura che sto descrivendo riveste interesse la Torre di Sassovivo, posta a metà della discesa di Via del Pilastro.

Poco distante, all’interno delle mura, è la Chiesa di santa Maria della Ginestra, i Viterbesi la nominano il lazzaretto, già appartenente al Monastero di Farfa, sotto la giurisdizione di santa Maria della Cella, fu assegnata a Farfa, al Comune di Viterbo e a Sassovivo di Foligno.

I monaci di Sassovivo, guidati dall’abbate Angelo, ebbero in dono tutto il terreno da Porta Bove fino alla Valle di Faul, col patto di demolire la Chiesa di santa Maria di Valverde, [è quella che vediamo di fronte a Porta Faul dove sono il gommista e il negozio di abbigliamento], e annesso monastero, chiesa poi detta dei Giustiziati, posta immediatamente fuori Porta Faul.

I monaci dovevano, inoltre, costruire le mura sulla rupe ed una torre come quelle prossime di Porta Bove o del Branca. Ma sembra che i patti non fossero stati rispettati e sorsero contestazioni tra i monaci di Sassovivo e i Viterbesi.

Il Monastero di santa Maria di Valverde si trovò compreso nella soppressione stabilita per decreto del II Concilio di Lione nel 1274 e alla sua custodia erano rimasti solamente due religiosi, i quali, come furono interpellati dall’abbate Angelo perché lo seguissero nei suoi intenti passando sotto la sua giurisdizione, accettarono subito di dipendere da lui.

Mura castellane dalla Torre di Sassovivo a Porta Faul (Foto Mauro Galeotti)

Ad ufficializzare la cosa fu papa Niccolò IV, con Bolla datata 20 Giugno 1293, con la quale veniva imposto all’abbate Angelo di versare una somma per le spese da sostenere in Terra Santa. Il monaco, grazie ad un contratto stipulato col Comune, fece innalzare parte delle mura di Faul e la torre anzidetta.

La Chiesa di santa Maria di Valverde non era protetta dalle mura e quindi era esposta ai pericoli di invasione e, in caso di assedio, poteva essere motivo di difesa per il nemico. Da qui la decisione di abitare in santa Maria della Ginestra, ove vi entrò con il permesso del Capitolo della Cattedrale e di prete Bencivenna, allora cappellano di quella chiesa.

Il monaco avanzò istanza al Comune per ottenere un’area ove costruire una chiesa, un convento, un chiostro, un orto ed un cimitero, questi la concesse il 12 Marzo 1293. L’abbate promise che avrebbe costruito sopra le mura presso Faul venti fili di muro, realizzando il pettorale ed i merli, di innalzare una torre che sarebbe servita sia per cella campanaria che per difesa e di demolire la Chiesa di Valverde, se il Comune l’avesse richiesto, al fine di non renderla una possibile roccaforte per il nemico.

Nel 1297 si ha notizia che quei monaci avevano aperto sulle mura porte, finestre e feritoie.
Nacque una pesante questione col Comune che presentò al priore Benvenuto un’ingiunzione che lo obbligava alla chiusura e al rispetto dei patti e inoltre all’innalzamento della torre ritenuta troppo bassa.

Fu scolpita anche un epigrafe a memoria della costruzione della Torre del Monastero di Sassovivo datata 1297, murata sulla facciata della torre che guarda Porta Faul. In essa è in bassorilievo una grande croce greca centrata, che poggia sulla cornice in basso:
I(n) Dei nomi(n)e am(en) An(no) D(omi)ni M / CCLXXXXVII hoc opus fe / cit fieri Angelus abbas / venerabilis pater / monasterii Saxi Vivi / ad utilitatem dicti / monast / erii et a / d defensionem Civi / tatis.

Tradotta: Nel nome di Dio amen. Nell’anno del Signore 1297 l’abbate Angelo, padre venerabile del Monastero di Sassovivo, fece costruire questa torre a servizio del monastero, a difesa della Città.

La Torre di Sassovivo vista da Via del Pilastro (Foto Mauro Galeotti)

Padre Pio Semeria (1767 - 1845) nelle sue Memorie (1825 c.) nel riportare il testo dell’epigrafe chiama la torre, Torre di Belvedere, proprio perché il terreno tra le mura castellane e Via san Giovanni decollato, oggi di proprietà Marcoccia, era detto Belvedere.

La decina di buchi che hanno danneggiato sia la croce che la scritta dell’epigrafe, per alcuni furono causati da proiettili sparati per divertimento da squadristi fascisti, mentre il cardinale Pietro La Fontaine afferma che già nel 1870 qualcuno aveva sparato all’epigrafe. Quest’ultimo ha ragione, infatti, nel libro Dante e Viterbo (1888), così scrive Francesco Cristofori, «di recente [l’epigrafe è stata] presa di mira e fatta bersaglio di qualche anticristiano, o barbaro cacciatore ed in più punti seminata di proiettili».

Scrive Vincenzo Petriccione:
«L’abbate Angelo dei benedettini di Sasso Vivo, volendo fondare un nuovo monastero per i suoi monaci nei pressi» della Chiesa di santa Maria di Valverde, «ne chiese ed ottenne l’autorizzazione dal Pontefice Niccolò IV; ma, sopravvenuta la morte del Papa (14 aprile 1292), fu il Vescovo di Viterbo Pietro Capocci a rendere esecutiva la Bolla il 2 marzo 1293. Preso possesso del fatiscente conventino, i monaci iniziarono la costruzione di un fabbricato che avesse l’aspetto e tutte le comodità di un monastero bendettino; ma, purtroppo la grandiosa opera progettata doveva rivelarsi impossibile.
Una costruzione di quel genere, appoggiata alle mura della città, in caso di guerra poteva essere usata come fortilizio dai nemici. Magistrati e popolo infatti, si opposero alla costruzione del nuovo monastero.

L’abbate Angelo, allora, pose l’occhio sulla vicina chiesa di S. Maria della Ginestra, che, situata entro le mura della città e circondata da ampio terreno fabbricabile, offriva maggiori garanzie di sicurezza e comodità per i monaci e fece iniziare la costruzione del monastero, dopo aver rafforzato le mura della città, che proteggevano quella zona ed alzata la Torre della Ginestra «ad defensionem civitatis».

La torre nella seconda metà del XV secolo, più precisamente nelle Riforme in data 19 Dicembre 1485, è distinta col nome "Torre della croce", la croce ovviamente è quella dell’epigrafe. La torre è stata restaurata nel 1997.

La Torre di Sassovivo vista da Via del Pilastro (Foto Mauro Galeotti)

La Chiesa di santa Maria di Valverde fu occupata dai frati di Valverde, nominati nel 1267, poi, soppresso quell’ordine, passò ai monaci di Sassovivo ai quali la donò Niccolò IV con Bolla del 20 Giugno 1291.

La chiesa, dal 1585 al 1866, fu destinata alla sepoltura dei giustiziati a morte, in precedenza e fino al 1584, venivano sepolti nella Chiesa di santa Lucia fuori Porta Fiorentina. Nelle Regole del 1843, della Confraternita di san Giovanni Decollato si prescrive che i capestri, con i quali venivano uccisi i condannati, dovevano essere conservati in una cassa e che dovevano essere bruciati nel giorno della Festa della Decollazione di san Giovanni Battista.



La Chiesa di santa Maria di Valverde nel 1974 c.,
il ponte è sul Torrente Urcionio (Foto Mauro Galeotti)

Alla fine di Settembre 1855, a causa del colera che aveva colpito pesantemente la città, la chiesa fu destinata a ricovero dei cadaveri.

La Confraternita fu sciolta a seguito di un decreto luogotenenziale che riunì tutte le confraternite nel 1916, prevedendo la loro soppressione. In una foto di Alessandro De Angelis, che possiedo, forse poco anteriore al 1915, ho notato che la chiesa aveva il campanile a vela posto sopra al timpano della facciata. Anche un quadro del pittore viterbese Fortunato Del Tavano (1902 - 1970) raffigurante la chiesa, fa vedere che la stessa era dotata di un campanile a vela.

Ricordo che diversi anni fa, ho visto la pittura della volta della chiesa. Vi sono raffigurati due angeli oranti avanti alla croce, uno con una bastone in mano e l’altro con le tenaglie e una lancia. In basso sono le anime purganti, lessi anche la scritta:
Il cammerlengo / Vincenzo Pallotta / f. f. l’anno MDCCCXVIII.

La chiesa è stata profanata e adibita a stalla, ad officina, a laboratorio di gommista, a laboratorio di scultura. 
Francesco Cristofori, in una nota, riportata circa il 1890, nella rubrica delle Riforme del 1819 - 1820, scrive:
«Fontana dell’hospedale di Valle Verde. [L’acqua proviene] Da la fontana de la piazza del Duomo».

Condannati a morte

Volevo ricordare alcuni dei condannati a morte, che furono giustiziati a Viterbo per mano di Mastro Titta, al secolo Giovanni Battista Bugatti.
Francesco Pretolani impiccato e squartato il 21 Febbraio 1801 per avere rapinato e ucciso un oste con sua moglie.

Domenico Guidi impiccato il 18 Dicembre 1802 per omicidio fu la 56ª esecuzione del carnefice, che iniziò la sua attività nel 1796. Scrive Mastro Titta «Dovetti portarlo su di viva forza per la scala, mentre il mio aiutante lo sorreggeva per le gambe».

Giovan Domenico Raggi e Giuseppe Cioneo, impiccati il 5 Marzo 1803 per omicidi e rapine.

Carlo Desideri, Luigi Brugiaferro e Giovanni Mora, uccisi impiccati e squartati per rapine il 16 Ottobre 1816.

Martino Sabatini e Andrea Ridolfi, impiccati e squartati per rapine il 22 Aprile 1818.

Angelo Antonio Piccini di Blera, impiccato il 12 Dicembre 1819 per delitti e rapine e per il barbaro omicidio della signora Bonfiglioli.

Leonardo Narducci, impiccato e squartato il 26 Ottobre 1820 per omicidi e rapine.

Giuseppe Bartolini, decapitato il 30 Aprile 1822 per rapine ed omicidi.

Domenico Piccioni di Caprarola, assassino, decapitato il 24 Maggio 1823.

Lorenzo Raspante, decapitato il 6 Maggio 1826 per omicidio.

Domenico Caratelli e Giuseppe Bianchi di Velletri, decapitati per rapine il 17 Aprile 1838.

Dal 30 Luglio 1842 all’8 Ottobre 1853, non avvennero esecuzioni.

Crispino Bonifazi, condannato il 25 Giugno 1855, per aver ucciso la madre e, sempre lo stesso giorno.

Francesco Bertarelli e Antonio Moschini entrambi per rapina e decapitato Giovanni Cruciani di Rieti.

Giosuè Mattioli, condannato per rapine nel 1855.

Benedetto Ferri e Salvatore Tarnalli, condannati per rapina il 30 Giugno 1855.

Giuseppe Bertarelli, di 22 anni e Carlo Camparini, decapitati il 23 Giugno 1858 per omicidio e rapina.

Giuseppe Lepri di Civitella d’Agliano, rapinatore condannato a morte il 17 Settembre 1859 assieme a Pietro Pompili, anche lui di Civitella, morti impenitenti.

Questi i morti ammazzati da Mastro Titta a cui successe Vincenzo Balducci, il quale a Viterbo giustiziò il condannato Salvatore Silvestri, il 17 Febbraio 1866.

Scrive Giuseppe Signorelli:
«I decapitati erano accompagnati dalla Confraternita della Misericordia, che li prendeva in custodia fin dalla sera innanzi [il giorno della decapitazione], e procurava a mezzo di alcuni zelanti confortatori d’indurli a confessarsi e comunicarsi, facendo trascorrere loro l’intiera notte in orazioni. 

Avvenuta la decapitazione, le teste per un’ora rimanevano esposte al pubblico ed allora era un affollarsi intorno a quelle per bagnare nel sangue, che ne sgorgava, fazzoletti, pezze ecc. che dovevano essere un preservativo contra la morte violenta!

Venivano poi i cadaveri processionalmente condotti a seppellire nella chiesa di S. M. di Valverde detta volgarmente la chiesa dei giustiziati.

Se poi qualcuno moriva impenitente, la compagnia della Misericordia lo abbandonava, e la polizia prendeva cura che i resti mortali fossero sepolti nel cortile delle carceri».

Prima dell’esecuzione capitale venivano raccolte dalla Confraternita somme di danaro che servivano per celebrare le messe in suffragio dei condannati ed i vestiti di quest’ultimi venivano presi dalla Confraternita medesima.


Poggio Giudio

Il cosiddetto Poggio Giudio si trova di fronte alle mura che vanno da Porta Bove a Porta Faul.
Infatti, sin dal XV secolo, questo terreno apparteneva agli Ebrei dimoranti a Viterbo, i quali lo utilizzavano per la sepoltura dei loro morti.

Il poggio fu acquisito dai Viterbesi nel 1569 col patto di rispettare le sepolture degli Ebrei, essendo quest’ultimi obbligati a lasciare Viterbo.
Tra i tanti, nel 1401, fu seppellito il bambino di sette anni Reuben, come testimonia una piccola epigrafe in caratteri ebraici, conservata al Museo civico e ritrovata verso il 1845 in una grotta prospiciente Via del Pilastro, sotto la Torre dei monaci di Sassovivo.

L’epigrafe ricorda:
«Non è stata felice per me la vita. Amara / a mirarsi è l’amarezza della morte di mio figlio / la cui pietra tombale è qui. / Voglia il mio e il suo creatore far rivivere / la sua anima, e chiunque cura il suo ricordo sia benedetto / ora e sempre nel nome del Signore eterno. Amen. Qui giace l’assennato / e grazioso Reuben / che possa vivere in eterno / e il suo ricordo sia in benedizione / figlio di Nethanèl Chaim, [un bimbo] diritto, che è stato piegato all’età di sette anni nel (5)761» il nostro 1401.
Così la riferisce lo studioso Attilio Carosi su traduzione di Attilio Milano.

Nel Febbraio 1784 sul poggio furono trovati due sarcofagi di terracotta e a corredo vario vasellame etrusco unitamente ad un manico di bronzo. 

A questi scavi ne seguirono altri, tra cui quelli del 1981 col ritrovamento di altri importanti reperti.

Nel 1821, Vito Procaccini Ricci, scrive: «Il poggio delle fornaci porta un tal nome, perchè vi si cuoce in più siti un travertino tartaroso, da cui si forma la calce per uso delle fabbriche nelle vicinanze. E siccome la pozzolana soprabbonda per ogn’intorno nei luoghi […] così facilmente si vede composto dovunque un fortissimo cemento. […] le così dette fornaci, sono addette solo a formar calce» e non «ad oggetto di cuocere mattoni di argilla».

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