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Viterbo STORIA

La Chiesa di santa Maria in Gradi dopo i bombardamenti aerei, infatti, fu colpita il 17 marzo 1944 e nella notte tra il 24 e 25 maggio 1944. Oggi l'interno, coperto dal tetto, è invaso da ponteggi edili per restauri che non si sa quando inizieranno

Il sito del Ministero dei Beni culturali propone la storia della Chiesa di santa Maria in Gradi di Viterbo, semidistrutta dai bombardamenti aerei durante la Seconda Guerra Mondiale, e siccome ritengo pochi ne conoscano la storia, oppure fanno accessi al sito, mi è parso opportuno riproporre l'articolo storico redatto da Renzo De Simone. (m.g.)

Progetto di rifunzionalizzazione dell'ex Chiesa di S. Maria in Gradi e parziale realizzazione dell’intervento (a cura dell’arch. Stefania Cancellieri): il consolidamento, la posa in opera delle nuove strutture di copertura e la  predisposizione impianti nella ex chiesa di S. Maria in Gradi, destinata a futura Aula Magna/Sala Convegni ed Auditorium dell'Università della Tuscia e sede di grandi eventi; restauro dei prospetti esterni.


Relazione storico e tecnica
Il convento dei Domenicani di S. Maria in Gradi fondato nel 1215 ha una storia molto travagliata, essendo stata oggetto di distruzioni belliche e di abbandono. Gravi danni al complesso furono causati nel 1527 dalle truppe dei lanzichenecchi di ritorno dal Sacco di Roma; nella devastazione bruciarono le travature del coro.

I restauri furono prontamente apprestati sotto l’egida delle famiglie aristocratiche viterbesi; Una svolta nella storia del convento fu costituita dall’elezione a pontefice del domenicano Benedetto XIII ( al secolo Pietro Francesco Orsini) che nel 1724, visitò Gradi, come attesta una lapide ancora oggi visibile. Probabilmente in occasione della visita del pontefice, la situazione dell’antico cenobio e soprattutto della chiesa dovette apparire bisognosa di un intervento radicale.

Al 1730 risale la nomina di Neri Corsini quale cardinale protettore dei Domenicani; il prelato è cardinal nepote del nuovo papa, il fiorentino Clemente XII (al secolo Lorenzo Corsini), eletto il 12 luglio 1730. Il suo ruolo non fu meramente curiale, perché Neri Corsini costituì il punto di riferimento del gruppo di studiosi e artisti raccolti dal papa per i suoi tentativi di riforma delle istituzioni e delle arti nello Stato Pontificio. Regista di tale profondo tentativo di rinnovamento, che in architettura coincise con un forte richiamo alla razionalità nella progettazione, con un netto superamento dell’eredità barocca, fu proprio Neri.

Nel 1736 dovettero cominciare i lavori nella chiesa di Santa Maria in Gradi architetto Nicola Salvi. Sono scarse le notizie sull’andamento del cantiere. E’ probabile che la “scatola” muraria duecentesca fu completamente conservata, ad eccezione delle cappelle laterali, esterne al perimetro originario, che vennero invece demolite e sostituite con nuovi sacelli. La decisione di inserire organicamente le cappelle nel corpo della chiesa fu particolarmente importante, poiché comportava la necessità di sfruttare entrambi i lati dell’edificio chiesastico, dato il numero delle cappelle.

Una delle motivazioni principali fu probabilmente di ordine statico (l’edificio “minacciava ruina” come indicato in precedenza), probabilmente aggravata dai numerosi terremoti, non ultimo quello che nel 1703 aveva causato gravi danni nell’Aquilano e nell’Umbria meridionale, o dalla spinta delle volte non adeguatamente contraffortate. L’insofferenza verso l’architettura medievale era certamente temperata dalla considerazione delle memorie storiche che essa veicolava.

Nel 1874 la chiesa fu chiusa al culto e nel 1877 venne adibita a penitenziario. La struttura, utilizzata come laboratorio di falegnameria dai detenuti, subisce un graduale decadimento dovuto all’incuria e all’uso improprio degli spazi, il coro fu chiuso con un muro a ridosso dell’ex altare maggiore. Ancora oggi sono visibili sulla facciata grate in ferro, in corrispondenza del rosone e della porta laterale di destra, allora comunicanti con la zona di reclusione. La spoliazione dovette essere totale. In questa situazione il Ministero della Pubblica Istruzione cercò di tutelare gli episodi artistici di maggior rilievo e interesse.

Nel 1885, per salvaguardare le memorie più insigni, la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti decise di spostare i monumenti gotici di Clemente IV, nato Guj Le Gross Foulquois, e della famiglia di Vico nella chiesa di S. Francesco. Inoltre sollecitò più volte il restauro del chiostro gotico, che fu attuato, solo in parte, nel 1904 con la partecipazione degli stessi detenuti.

L’inaccettabile condizione della chiesa restò inalterata durante la prima metà del Novecento, punteggiata da lavori di manutenzione tesi però a tenere in efficienza la struttura carceraria più che il cenobio domenicano, riparazioni al muro di cinta est e lavori al chiostro eseguiti dai detenuti; riparazione ai tetti, intonaci e infissi, lavori al pavimento della ex-chiesa .
In questo quadro di assoluta desolazione difficilmente spiegabile a fronte del notevole impegno profuso dalla cittadinanza e dalle istituzioni nel restauro di tanti insigni monumenti di Viterbo, primo fra tutti il palazzo papale, giunsero le distruzioni della seconda guerra mondiale.

I bombardamenti alleati su Viterbo, del 1944, colpirono la S. Maria dei Gradi un obiettivo privo di un rilevante interesse strategico, se non per i collegamenti lungo la Cassia; fu colpita il 17 marzo 1944 e nella notte tra il 24 e 25 maggio 1944. Furono distrutti il tetto e la volta della navata centrale e furono causati dissesti statici alle strutture e alle cappelle laterali. Si giunse per questo alla decisione di demolire parte delle murature. Dalla documentazione fotografica disponibile, i danni appaiono certamente gravi, ma in realtà circoscritti al tiburio e alla volta costolonata, mentre il resto della chiesa appare ancora coperto a tetto, con i contrafforti disposti dal Salvi ancora estesi all’intera altezza dalla navata e la facciata in gran parte salvata.

Dai grafici, la volta appare sfondata, con una lacuna di circa 2,40 m di diametro e conseguenti lesioni lungo i meridiani della volta medesima. La volta a botte della navata appare crollata in un settore prossimo all’ottagono: dai margini del crollo si dipartono lesioni in chiave e lungo le generatrici. La copertura del coro doveva già essere crollata, mentre rimanevano in piedi, molto lesionati, settori di volta a botte a sud all’attacco con il presbiterio. Le macerie accumulate a seguito dei crolli arrivavano ai tre-quattro metri.

Nell’immediato dopoguerra, nel 1946, di fronte alle urgenti riparazioni da apportare al penitenziario, si decise di non intervenire sulla chiesa, pur riconosciuta nel suo “particolare carattere artistico”, a fronte dei costi considerevoli per la sua ricostruzione. Tuttavia la chiesa si trovava in una condizione di rischio che portò il Genio Civile di Viterbo alla decisione, difficile da giustificare, di demolire nel 1951 quanto rimaneva delle strutture voltate, ancora in piedi come attestato dai disegni, ma evidentemente in fase di grave dissesto statico.

L’aspetto più grave nella vicenda è che la chiesa non era percepita come un monumento da tutelare, e non si diede avvio, quindi, ad un conseguente programma di restauro, sia pure concepito in chiave di ripristino come spesso accadde, comprensibilmente, nel secondo dopoguerra. La chiesa fu quindi lasciata in completo abbandono, fatto che innescò, naturalmente, ulteriori gravissimi danni. Nel 1956, dodici anni dopo il bombardamento, rovinò il portico antistante.

A seguito di forti precipitazioni atmosferiche, il 20 febbraio crollarono due arcate e le relative volte, seguite da una terza il 24 febbraio: durante i bombardamenti, infatti, anche il portico aveva subito forti strapiombi a causa della spinta esercitata dall’azione delle crociere lesionate e deformate. Le foto che raffigurano il portico distrutto mostrano gli spezzoni delle travi del tetto ancora parzialmente nelle loro sedi; le campate crollate per prime furono probabilmente quelle estreme a nord, che non erano contraffortate da altri edifici; una quarta campata, corrispondente all’ingresso di destra, restava ancora in piedi, seppure sconnessa nell’apparecchio lapideo e quasi del tutto priva di balaustrata.

Gli ultimi lavori documentati sono stati eseguiti a cura della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio negli anni ’90 e hanno interessato il rifacimento di ampie porzioni murarie ed in particolare la ricostruzione a tufelli del timpano della facciata. Non si hanno invece notizie sull’esecuzione della deturpante stilatura in cemento di tutti i conci di cortina. La facciata della chiesa di S. Maria in Gradi ha subito nel corso del tempo numerose trasformazioni, che hanno mutato notevolmente il suo aspetto originario.

Le variazioni sono principalmente consistite nell’ampliamento, sia in altezza che in larghezza, della costruzione primitiva, con la sola perdita della parte apicale del corpo centrale compresa tra la parte bassa del rosone e il tetto. Queste trasformazioni sono ben evidenziate dalla diversità dei materiali costitutivi e dei metodi costruttivi. In questa prospettiva, il portico viterbese si pone come un organismo autonomo rispetto alla chiesa, che funziona più da filtro o schermo che copre e “corregge” la fabbrica medievale, con cui non stabilisce un rapporto di consequenzialità formale e tipologica. Non a caso, il classicista Salvi, nella sua sostanziale indifferenza nei confronti della fabbrica medievale, conserverà il portico rinascimentale, pur con le sue incongruenze.

La facciata originaria, prima dell’intervento di Salvi è chiaramente visibile in una veduta di Gaspar Van Wittel (1721) confermata dalla più approssimativa incisione pubblicata da Bussi nel 1742, a ridosso dei grandi lavori di trasformazione. Si tratta di una grande facciata a salienti, iscrivibile in un rettangolo sviluppato in larghezza, con un grande finestrone circolare al centro, la cui cornice è conservata per circa il quarto inferiore, e due oculi più piccoli, ancora esistenti, ai lati, in corrispondenza presumibilmente delle navate laterali. Un portico in pietra, a cinque campate con volte a crociera in muratura, con dimensioni maggiori rispetto alla larghezza della facciata aveva forse sostituito un precedente portico o tettoia tipologicamente più semplice con tetto ligneo.

Per la sua realizzazione furono aggiunte lateralmente due ali, elevate sino all’altezza del marcapiano. La sopraelevazione della facciata fu ad opera di Nicola Salvi: corpo centrale rialzato, tetto a capanna e spioventi laterali ma il corpo centrale era molto più alto di quello antico, con al centro una grande finestra quadrangolare centinata; al centro del timpano vi era un’altra apertura di dimensioni minori. Quattro rosoncini ciechi erano inseriti lungo la base del timpano. La versione del Salvi ha conservato i due rosoncini medioevali, mentre ha occultato la grande rosa centrale.

L’intervento di questo lotto di lavori (Progettista e D.L. arch. Stefania Cancellieri; Geom. Stefano Setti. Ricerca storica: arch. Claudio Varagnoli. Consulenti: arch. Gianni Testa, Ing. Antonino Gallo Curcio, Ing. Fabio Massimo Eugeni. Responsabile della Sicurezza:ing. Ferdinando Mangiavacchi. Ditta esecutrice:Borelli s.r.l.) eseguito dal 2004 al 2007 ha riguardato la realizzazione delle nuove strutture di copertura, un intervento di consolidamento mirato, la presentazione estetica ed il restauro della facciata di S.Maria in Gradi e la previsione degli impianti eseguita di concerto con i progettisti dell’Università della Tuscia.

Ho concepito la nuova struttura di copertura come un’addizione moderna in sottotono che, riproponendo con tecnologie attuali le linee di forza dei costoloni della originaria architettura e le fonti di luce come progettate dal Salvi , chiude la lettura dell’invaso spaziale ed esalta, in armonia, le valenze plastiche decorative proprie del monumento storico. Questa nuova struttura non vive di vita propria: il passaggio graduale dalla zona inferiore della chiesa, interessata da un restauro reintegrativo, alla fascia intermedia, oggetto di un restauro puramente conservativo e anticipazione, in qualche modo, della struttura moderna fortemente evocativa della volta originaria, costituisce l’ossatura portante del discorso progettuale.

In particolare, dopo aver analizzato diverse possibilità progettuali e le problematiche relative strettamente interconnesse, ho elaborato e sviluppato questa soluzione in considerazione:della totale assenza delle coperture; delle notevoli parti mancanti delle murature in elevazione;del grandissimo stato di degrado delle parti restanti del monumento;della nuova destinazione d’uso (aula magna, sala per rappresentazioni teatrali, concerti ecc..) prevista in base all’Accordo di Programma sottoscritto tra il Ministero dei Beni Culturali e l’Università della Tuscia.

Con la scelta di non adottare l’ipotesi di un falso storico mediante una pedissequa ricostruzione delle notevolissime parti mancanti del monumento, rifiutando pertanto qualsiasi tipo di ripristino ed ogni facile e rinunciatario mimetismo, ho privilegiato una scelta progettuale atta a rispondere: - ad una immediata e chiara leggibilità dell’attualità e degli obiettivi contingenti dell’intervento; - al rispetto dell’originario spazio Salviano, ponendo altresì la massima attenzione e cura onde evitare l’invasività delle notevoli opere impiantistiche necessarie alle esigenze funzionali della nuova destinazione d’uso; - a garantire la massima flessibilità del monumento si da potersi adattare a funzioni diverse senza pertanto la necessità di dover alterare o modificare le opere eseguite; - alla massima reversibilità mediante interventi atti a garantire in particolare una pressoché totale indipendenza strutturale tra integrazione e preesistenze.

In considerazione di quanto sopra e sulla base sia dello schema di progetto che ho illustrato nella seduta del Comitato di Settore del 13 settembre 2001, che dei suggerimenti e delle raccomandazioni comunicate nella stessa seduta, ho proceduto alla elaborazione del progetto definitivo e, a seguito di ulteriori verifiche ed analisi, del progetto esecutivo. Ho privilegiato nel progetto la scelta di strutture leggere metalliche atte a far rileggere, anche se distinguibili, nella loro attualità, dalle preesistenze, le linee essenziali sia architettoniche che strutturali del monumento e preservare, senza compromissioni, l’originario invaso spaziale del Salvi.Tali strutture sono costituite da capriate metalliche che seguono il ritmo dei costoloni binati originari riproponendo e ricostituendo nelle parti mancanti il segno delle volte.

Gli elementi delle capriate (tra loro collegate quasi tridimensionalmente con controventature in tondi d’acciaio) sono stati realizzati con profilati composti, sulla base di precisi particolari esecutivi si da: svilupparsi in conformità alle curvature originarie in muratura ormai inesistenti ed assolvere sia alle evidenti necessità strutturali di sostegno della falde di copertura, che ad una chiara rilettura del ritmo e dello spazio originario; poter realizzare, al di sopra dell’estradosso delle volte della navata e del tamburo, una passerella pedonale sempre metallica atta sia ad una più agevole manutenzione degli impianti posti al di sopra dell’estradosso, che alla possibilità di un percorso, collocato a circa 20 metri di altezza dal piano pavimento della Chiesa originaria, per permettere una percezione estremamente chiara ed intrigante del monumento e delle connessioni alla stessa quota, della preesistenza (tronconi residui di volta) e dell’intervento (cerniere e capriate); realizzare le necessarie connessioni strutturali tra l’intervento e la preesistenza si da potersi le stesse adattare alle svariate situazioni della muratura e dei tronconi residui di volta, senza compromissione materiale delle parti originarie e in modo sempre garbatamente distinguibile.

Consapevole della forte invasività che gli impianti, necessari in base alla nuova destinazione, avrebbero potuto produrre con una evidente compromissione concettuale dell’intero progetto finalizzato ad una rilettura, si essenziale ma non alterata, dello spazio originario del Salvi, ho stabilito una stretta collaborazione con i tecnici incaricati dall’Università della Tuscia per una progettazione mirata degli impianti in conformità alle finalità del progetto di restauro. In particolare l’interno del monumento, più precisamente l’interno dello spazio originario del Salvi, resterà integro in quanto: l’impianto di riscaldamento sarà del tipo radiante sotto il pavimento; l’impianto di climatizzazione e di rinnovo d’aria con canali di mandata ed anemostati ad alta potenza e a geometria variabile sarà al di sopra dell’estradosso della volta ; l’U.T.A. (Unità di Trattamento Aria) sarà posta al di sopra delle volte su un solaio in corrispondenza dell’endonartece, con presa d’aria esterna, sfruttando direttamente l’oculo originario sul timpano della facciata; la ripresa d’aria sarà canalizzata sotto il pavimento; gli impianti di illuminazione, diffusione sonora, di proiezione, schermi saranno posti al di sopra dell’estradosso della volta e, ove necessario, con la possibilità di movimentazione verticale.

La previsione della presenza di circa 600 sedute ( ovviamente fisse per ragioni di sicurezza come altresì previsto dalle norme vigenti ) destava particolare preoccupazione in quanto avrebbero compromesso l’immagine dello spazio originario, è stata dunque elaborata un ipotesi progettuale che prevede circa 400 sedute da porre nella navata e quindi in prossimità dell’ingresso al monumento, con la possibilità di essere alloggiate sotto il pavimento, e quindi totalmente nascoste. Tale ipotesi progettuale potrebbe assicurare altresì la possibilità di piani inclinati per una migliore visibilità da parte degli utenti, ed una flessibilità del numero delle sedute sulla base delle potenziali richieste dei diversi eventi.
L’intervento di restauro delle superfici della facciata (Consulente dott.ssa M.Grazia Chiosi C.B.C.) è risultato complesso nelle scelte e nei metodi da adottarsi.

Si è perciò proceduto per gradi, iniziando dalla parte bassa della costruzione, con la totale liberazione dei conci dalle malte cementizie; l’intervento si è rivelato particolarmente complesso per la tenacia della malta contrastante con la maggiore fragilità del peperino dei blocchi. Solo alla fine di questa fase si è potuto apprezzare il tessuto costruttivo più antico e dare inizio allo studio di intervento definitivo.

La liberazione dal cemento della parte inferiore ha reso indispensabile, per omogeneità di lettura e per scelta estetica, procedere con lo stesso tipo di operazione anche sulle due ali laterali di appoggio del portico quattrocentesco. Per uniformare la superficie e poter leggere i livelli cromatici ed esecutivi della cortina, si è poi proceduto con una vasta campagna di stuccatura di tutte le soluzioni di continuità, utilizzando un unico tipo di malta ( 1 grassello di calce, 1 pozzolana, 1e ½ sabbia gialla, ½ nero ebano). La stuccatura è stata eseguita tenendo conto dell’andamento delle superfici, forzando la stesura a sotto livello nei punti di giunzione verticale tra la muratura duecentesca e quella quattrocentesca, sottolineando tutte le tracce di manomissioni o cambiamenti come le sedi delle ammorsature delle volte a crociera del portico e delle sedi della capriata duecentesca.

Nella parte superiore della facciata si è ritenuto non indispensabile intervenire in modo tanto radicale; la superficie infatti, particolarmente estesa, si è rivelata piuttosto leggibile nelle fasi costruttive e nei materiali diversi; la natura dei blocchi in tufo poi è risultata fragile alla forte azione meccanica degli strumenti a percussione, indispensabili per l’eliminazione del cemento. Si è perciò proceduto alla velatura delle sole stuccature cementizie con una tinta a base di polisilossano (290 Wacker) e colori a vernice (Maimeri). Con questo metodo si è riusciti a mascherare, abbassandoli di tono, i fastidi cromatici e ad evidenziare il testo originale.

Questa impostazione fortemente “archeologica” della reintegrazione di tutta la facciata ha permesso di rendere apprezzabili tutte le fasi costruttive, reputate importanti per la storia della chiesa di Gradi; ha anche permesso di non eseguire una nuova intonacatura dell’intera superficie, come Salvi aveva fatto nel ‘700. L’impatto visivo di una nuova intonacatura bianca infatti sarebbe risultato inaccettabile.

Il lavoro allo stato attuale è sospeso per mancanza di fondi e l’interruzione forzata di questo cantiere con lo smontaggio dell’imponente ponteggio non permetterà di portare a termine tutta una serie importantissima di lavorazioni finalizzate all’immagine della totalità del restauro (intonaci delle murature ricostruite, la tinteggiatura della lamiera grecata e della struttura metallica, il trattamento della zona ruderizzata, il controsoffitto in tessuto metallico compreso le unghie, l’illuminazione); questa situazione non permette, ovviamente, allo stato attuale la lettura corretta dell’intervento.

Progetto e direzione dei lavori a cura dell’arch. Stefania Cancellieri
Collaboratore Geom. Stefano Setti
Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Roma, Rieti, Viterbo, Frosinone e Latina

Consulenti: arch. Gianni Testa, Ing. Antonino Gallo Curcio, Ing. Fabio Massimo Eugeni.
Responsabile della Sicurezza: ing. Ferdinando Mangiavacchi.
Ditta esecutrice: Borelli s.r.l.

Redattore: RENZO DE SIMONE
 
 
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