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Siena LIBRI
Silvia Roncucci

La scrittrice Silvia Roncucci

"Viterbo è un sogno" un bel racconto di Silvia Roncucci

L'insonnia mi spinse fuori dal letto quando ancora tutto taceva. Era troppo presto per aprire lo stomaco al cibo, azzardare una telefonata molesta ai miei cari, dare il via al congegno che regolava le rotelline del mio cerebro ancora sopito.

Per fortuna non è mai troppo presto per far sgranchire gambe e spirito con una passeggiata. E soprattutto per andare alla ricerca di un caffè nero fumante.

‘Purché mi compra bene’ – pensai rammentando i consigli che il becco martellante di mia madre incideva sulla scorza dura della mia mente – che a quest’ora l'umidità ti entra nelle ossa e poi non ti esce più, per tutto il giorno. Un cappotto pesante m’inghiottì, una sciarpa soffice e corposa mi si avvolse attorno al collo, e le galosce antipioggia, sistemate ai miei piedi, mi detterò il sostegno fisico di cui il mio morale necessitava per sfidare il meteo avverso e la scoraggiante salita che portava a Piazza San Lorenzo.

Viterbo mi aspettava, assonnata, forse più di me. Emergeva a tratti dalla nebbia, anch'essa sul punto di destarsi. Con il suono delle acque gorgoglianti delle sue cento fontane, lo scricchiolio delle persiane che i primi testimoni del giorno aprivano con fare rituale, i motori che si accendevano per condurre a lavoro i viterbesi destinati a guadagnarsi il pane fuori città. Era adagiata nel dormi-veglia mattutino in cui anche io vagavo sola, o quasi, alla ricerca della prima caffetteria che aprisse i battenti.

Sapevo che in piazza San Lorenzo non c’erano bar, ma volevo fare comunque una sosta per togliermi lo sfizio il Palazzo dei Papi a quell’ora. Le arcate gotiche dell’antica sede pontificia mi attendevano. Affascinanti, come sempre. Quasi inquietanti, allora. Ogni volta che ci capitavo davanti avevo l'impressione che qualcuno sarebbe potuto comparire da un momento all’altro dietro alla trina delle loro ogive. Risi, al pensiero di quanto la capacità di autosuggestione che avevo acquisito da bambina ancora non mi avesse abbandonato, e proprio in quel momento la vidi, l'ombra ammantata di rosso che in un istante apparve e scomparve da dietro gli eleganti trilobi.

Pensai che la mia mente intorpidita mi giocasse brutti scherzi e rimasi lì, bloccata qualche secondo, incerta se darmela a gambe o avvicinarmi. Ma poi la curiosità ebbe la meglio. Salii la scalinata a sinistra delle arcate e cercai di guardare oltre di essa, alla ricerca di qualcuno, di qualcosa. Niente, non c'era nessuno. Probabilmente, pensai, era davvero arrivato il momento del caffè se il sonno mi obnubilava il cervello in quel modo. Mi voltai dalla parte opposta della piazza, decisa a continuare la ricerca della bevanda che mi aveva spinto fuori dall'albergo, ma non feci in tempo ad accennare il primo passo che la figura vermiglia mi comparve di nuovo di fronte, procedendo poi lenta sulla sinistra.

Si voltò leggermente verso di me, lo sguardo accigliato che scrutava oltre il luogo fisico della mia presenza. Riunii tutto il coraggio che avevo in corpo e decisi di seguirla, pur tenendomi a debita distanza. Procedemmo per circa quindici minuti, spostandoci verso piazza Plebiscito, lo spirito che volteggiava davanti a me a pochi centimetri da terra, io che gli stavo dietro, incredula. Durante il tragitto incontrammo alcuni viterbesi, intenti a dare il via alle attività mattutine. Mi salutarono cordiali, come se mi conoscessero, ignorando invece l’ombra, che alla fine si fermò davanti alla Rocca. Bussò una, due, tre volte, poi entrò smaterializzandosi. Non riuscivo a credere ai miei occhi.

Quella cosa, qualunque cosa fosse, era svanita a pochi metri da me per fare il suo ingresso nel museo archeologico, ancora chiuso al pubblico. Mi avvicinai e spinsi sul portone. Era sbarrato. Mi feci indietro tremando. Avevo osato troppo, forse era meglio allontanarsi e non sfidare oltre il destino. Fu allora che dalla loggia della rocca si affacciò una sagoma scura, che pareva portare in testa un grande cappello. Un secondo dopo l'immagine rossa uscì dalla porta principale così come era entrata, affiancata dal nuovo compagno.

I due spiriti mi passarono davanti svelando meglio i loro tratti, senza curarsi di me. Ero sempre più convinta che la prima entità fosse un prelato piuttosto avanti cogli anni, mentre il nuovo arrivato aveva una lunga barba e una veste pesante che, insieme al buffo cappello, lo facevano assomigliare a un profeta o un sacerdote, forse. A quel punto non potevo fare altro che seguirli. La città che si risvegliava e il ciaf ciaf delle mie galosce accompagnavano la passeggiata silenziosa.

Le due figure fluttuarono ancora parecchi metri lungo Via Matteotti, senza deviare dal loro cammino, senza interruzioni o indecisioni, fermandosi davanti ad una chiesa dalla facciata classica, con lesene e frontone. Tentennarono qualche secondo davanti al portone principale. Un’essenza vellutata riempì l’aria. Rose. E di lì a poco un raggio argenteo uscii dalla porta, accompagnando un’altra anima, più sottile delle altre, più delicata. Avanzarono verso di me, travolgendomi, cosicché non feci in tempo a vedere chi fosse la terza ospite.

Perché di quello doveva trattarsi, di un’entità femminile. Intanto il sole faceva timidamente capolino, mentre li seguivo per i dieci minuti successivi, finché non si fermarono davanti ad un edificio semplice, dalla mura bastionate alte e scure. Qui, all’improvviso, bloccarono i loro movimenti. Poi, prendendosi per mano, cominciarono a volteggiare in cerchio, intensificando il ritmo di rotazione, in un girotondo vorticoso che alla fine li smaterializzò, generando un imponente raggio dorato. Era come se si fosse fatto mezzogiorno tutto d’un tratto, come se da solo quel fascio luminoso avesse scardinato il meccanismo che teneva giunte le goccioline di nebbia. L’oro mi accecò, mi ritrassi premendomi le mani sul viso e caddi all’indietro.

Un secondo dopo aprii gli occhi e mi ritrovai in una stanza semioscura. Una luce azzurra filtrava da una veneziana. L’odore che riempiva l’atmosfera mi era noto. Quelli che rumoreggiavano fuori dovevano essere gli spazzini. Mi resi conto che era l’alba, che ero sdraiata su un letto, da cui mi alzai a fatica per andare ad aprire la finestra. Un rettangolo giallastro, il giardino senese sbiadito dall'inverno, mi dette il buongiorno, con dietro, in lontananza, i mosaici del duomo, la cupola, il campanile a strisce bianche e nere.

Dunque ero a Siena! Stordita, mi sedetti sul letto, e vidi sparsi sulla coperta dei fogli di appunti e dei libri che dovevano essere rimasti lì dalla notte prima. Un’incisione mostrava l’accigliato papa Martino IV, passato alla storia, tra le altre cose, per aver lanciato l’interdetto su Viterbo a seguito di alcuni tumulti all’epoca della sua complessa elezione papale. Un libretto illustrava le bellezze archeologiche della Tuscia e mostrava come doveva essere un lucumone, un re dell’antica Etruria.

La giovane Rosa, delicata e coraggiosa, era raffigurata nella pagina di una guida del Lazio su cui avevo posto un segnalibro, che illustrava le sue vicende e menzionava il processo di canonizzazione ancora in corso. Ritrovai persino la sagoma luminosa formatasi al centro dei tre spiriti danzanti, il raggio che quasi mi aveva tolto la vista. Era la Macchina di Santa Rosa.

Finalmente ricordai. Mi era stato chiesto di scrivere un testo su Viterbo, avevo consultato molti libri, preso rapidi appunti, e dopo una nottata passata su quei fogli, ero crollata con in testa ancora due questioni. Di cosa parlare? Da dove cominciare? Ecco, forse la cosa migliore sarebbe stata proprio partire da lì.

Da un sogno.

Silvia Roncucci
Storica dell'arte
Accompagnatrice turistica
Guida turistica autorizzata Siena e Provincia

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