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Viterbo CULTURA State diventanto sempre più osservatori, mi fa piacere

Mi scrive Roberto Pelliccioni: "L'epigrafe è murata sulla facciata di un palazzo sito in Corso Italia al n. 16 a Viterbo. Distinti Saluti
Roberto Pelliccioni".

E Roberto ha ragione è una piccola epigrafe posta sulla facciata del palazzo al Corso Italia, n° 16. Ironia della sorte è proprio davanti all'ingresso del Gran Caffé Schenardi. Quante volte ci sei passato sotto! Quante volte sei entrato da Schenardi! Eppure non l'hai vista, lì murata dal 1590. La piccola epigrafe ricorda che la proprietà della bottega, oggi Naldi, era delle monache del monastero dei santi Simone e Giuda.

Se vuoi conoscere la storia affascinante della Chiesa e del Monastero di san Simone e Giuda, clicca su Leggi tutto.

Chiesa e Monastero di san Simone e Giuda
Tratta dal libro, Mauro Galeotti, L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002

Nella chiesa era un quadro dell’Annunciazione, opera di Costantino di Jacopo Zelli (noto dal 1509 al 1524), conservata nel Museo Poznan quale deposito del Museo Nazionale di Varsavia, databile al primo decennio del ‘500.

Vicino alla Chiesa di san Simone, che Pinzi dice nominata già nel 1040, su quella che era detta la Piazza dell’Imperatore, intorno al 1290, fu fondato un Ospedale per gli Armeni, dal vescovo di Viterbo Pietro II di Romanuccio, che morì nei primi mesi del 1312.
Il vescovo lo cedette ai monaci Armeni dell’Ordine di san Basilio, ai quali concesse pure di poter edificare una chiesa che intitolarono ai santi Simone e Giuda. Pinzi suppone che questo ospedale sia stato aperto dove prima era l’Ospedale di frate Soldanerio.

Capo dei monaci Armeni dell’Ordine di san Basilio fu, nel 1316, il priore fra’ Guglielmo, del quale è scritto, non molto leggibile, il nome sui resti di una epigrafe gotica. In quell’anno, il 17 Settembre, per ampliare il Monastero e l’Ospizio di san Simone, il priore acquistò un orto con casalino dal rettore dell’Ospedale della Carità.
Infatti, sugli architravi di peperino della porta d’ingresso dell’ex monastero delle suore francescane, del Secondo Ordine, dei santi Simone e Giuda, ove era l’Ospedale degli Armeni, sul Largo Vittoria Colonna n° 3, sono alcune epigrafi del 1310 circa e 1501 in latino e una in armeno del 1356.

Sull’architrave superiore è:
Domus sa(n)tor(um) Simo(n)is et Iude MDI.

Sull’architrave inferiore:
† Hospitii locus est hic [ord]inis Armeniorum [...] ii sanct [...] piorum / Symonis et Iude domini [...] luce secunda [...] i quo m[...] peccamine munda / hic captat veniam [...] st hec menia dono [...] cobi s [...] colono / fratre Gulielmo [milleni]s facta trecentis [dece]nis [glorio]si Christi annis orientis.

Ossia: E’ questa la sede dell’Ospizio dell’Ordine degli Armeni [...].

Sugli stipiti che sostengono gli architravi sono scolpite due iscrizioni armene. Leggo da uno scritto di Stefano Camilli, sul Giornale arcadico, volume trecentodieci, del 1845, quanto il monaco armeno Arsenio Angiarakian, allo stesso Camilli tradusse in latino. La scritta è a sinistra e afferma:
Toros (Theodorus) peccator ego ante faciem prosternens precor me voluntarie peccantem Domine [...], e qualche studioso ha interpretato: Io Toros (Teodoro), peccatore, in espiazione dei miei peccati costruii questa porta l’anno 1356, a destra invece è l’alfabeto della lingua armena al maiuscolo, su sette linee.

Nel 1348 e ancora nel 1363 e 1364 si ebbero legati per restaurare la chiesa.

Verso il 1430 - 1434 gli Armeni lasciarono la chiesa e l’ospedale; il 16 Dicembre 1444, per concessione di papa Eugenio IV, furono sostituiti dai Poveri di Cristo, i quali ne presero il possesso il 1° Marzo 1445.

Giovanni di Francesco Anfanelli nel 1434, l’ho già ricordato, con testamento lasciò al convento agostiniano della Trinità, una casa in Contrada santa Croce dei Mercanti, riservandone però l’uso alle monache Terziarie francescane, dette della Penitenza. Le monache, sei in tutto, fino al 1479, alloggiarono la Casa Anfanelli, oggi individuabile nel Palazzo Gentili in Via Saffi, quando cioè papa Sisto IV concesse loro il Monastero di san Simone.

Nel 1460 nel Monastero di san Simone vi era l’Ordine degli Apostoli della Bocchetta.

Il 17 Dicembre 1478, come ho appena accennato, papa Sisto IV concesse il monastero alle suore Terziarie francescane, che ne presero possesso il 26 Aprile 1479.

Dopo una lite tra gli Agostiniani e le Terziarie francescane sulla casa in santa Croce si addivenne, nel 1479, alla autorizzazione di venderla per riparare il Convento di san Simone, ma nel 1480 le monache l’affittarono.
Nell’Aprile del 1487 le monache di santa Rosa occuparono abusivamente il monastero che era stato abbandonato dalle Terziarie francescane dopo la morte (1484) di Caledonia della Vesca. Ma il Comune di Viterbo chiese il ritorno delle Terziarie e così il monastero fu assegnato al secondo Ordine di santa Chiara, assegnazione sancita da papa Innocenzo VIII il 9 Aprile 1489 e confermata con Bolla del 25 Settembre 1492.

Per incentivare la vita monacale, nel 1493, vi vennero trasferite alcune suore del Monastero dei ss. Cosma e Damiano di Roma, che giunsero a Viterbo il 9 Maggio.

Battista di Tommaso Cordelli, nel 1495, lasciò al monastero un’eredità che consentiva il mantenimento di almeno quattro monache viterbesi povere da scegliersi a cura del vicario provinciale e guardiano di santa Maria del Paradiso pro-tempore. Poi, negli anni 1496 - 1497, furono acquistate alcune case limitrofe per ampliare il monastero e Pier Francesco Bartoli lasciò metà dei suoi beni al monastero. 

Altri lasciti vennero concessi nel 1498 da Valerio Simonelli e da Aurelia Botonti. Nell’Aprile 1500 fu concessa anche una parte del palatium imperatoris, ossia del Palazzo dell’imperatore Federico II. L’anno successivo Lorenza, vedova di Michelangelo Caprini, lasciò cento scudi per restauri da apportare al monastero.

Le monache, nel 1507, vennero inviate prima a Roma per riformare il Monastero di san Silvestro poi, l’anno seguente, ad Orvieto. Nel 1508 fu ristrutturata la chiesa, tanto che nel 1516 si dice chiesa nova. Il 26 Novembre 1514 venne autorizzata la costruzione di un acquedotto per uso del monastero e l’anno seguente fu consentita la chiusura di un vicolo limitrofo.

Il Monastero di santa Rosa nel 1517 concesse, a quello di san Simone, parte dell’area ove sorgeva il Palazzo dell’Imperatore «per il nuovo monastero e precisamente dalle mura del monastero sino a quanto si estende la rozza croce segnata da fr. Benedetto Donati di santa Maria in Poggio e sino all’angolo esterno della Chiesa di san Girolamo nonché la via nuova da farsi».

Nel 1520, per portare a termine la costruzione del monastero e chiuderlo come al disegno di Giovanni Battista scalpellino, fu acquistato un orto. Mancando, poi, chi elargiva elemosina, nel 1529, fu concesso al monastero di vendere alcuni beni per far fronte alle basilari necessità di sussistenza. Lo stesso avvenne nel 1544, questa volta per pagare le opere murarie eseguite sia nel convento che nella chiesa. 

Poi nel 1551 venne chiuso un altro vicolo, che si trovava dietro alla chiesa, e un altro ampliamento si ebbe nel 1568 quando fu concessa un’area della Piazza dell’Imperatore.

Nel 1575 il monastero fu posto sotto l’amministrazione della Società del Crocifisso in san Francesco, che trovo ancora nel 1580 e, nel 1592, le monache versando in disperate condizioni alimentari, chiesero grano o farina; il fatto era che le monache stesse, ad esempio nel 1601, sotto il priorato di Domenica Baglioni, raggiungevano le quarantatré unità.

Nel 1618 non era ancora compiuta la fabbrica e le monache chiesero al Comune un contributo, perché «col fabricare si è ripieno l’horto di terra et le arriva quasi alle seconde fenestre del detto horto novo, e rende tanta humidità che tutte le monache l’infettano».

Per la rimozione di detta terra necessitavano almeno cento scudi, per questo chiesero un contributo, perché le monache «per occasione della fabrica della loro chiesa, sacrestia et celle hanno speso fin qui grossa somma et ancora nun è fatta la metà».

Il Comune, nel 1620, concesse un sussidio di cento scudi per riparare il tetto del dormitorio, andato in rovina nell’Inverno e, il 12 Marzo 1628, la Comunità dette un’elemosina di ottanta scudi per ulteriori riparazioni al monastero. La spesa totale dei lavori era stata di circa duemila scudi.

Nel 1647 fu chiuso un vicolo posto fra i Monasteri di san Simone, quello di santa Rosa e la Chiesa di san Rocco.

Il monastero, nel 1658, ospitava ben sessanta monache e nel 1671 venne chiesta al Comune la possibilità di utilizzare l’acqua che si perdeva in due stradelli, posti vicino al Convento della Verità.
Nel 1712 suor Felice Tiberia Marazzi fu trasferita nel Monastero di san Bernardino a Viterbo, dove il 24 Marzo 1720 morì in concetto di santità.


Nel 1721 si chiuse un altro vicolo, questa volta per ampliare il parlatorio, più tardi le monache, che avevano fatto bello e cattivo tempo della viabilità intorno al loro monastero, non furono d’accordo alla concessione della piazzetta che si apriva verso il Monastero di santa Caterina, credo per ampliamenti di terzi.

Nel 1762 fu deciso di fare un loggiato su una torre esistente entro la clausura, ne fu fatta domanda al Comune, che non dette il consenso.

Con l’ascesa di Napoleone (1810) le monache furono allontanate dal monastero e padre Serafino da Caprarola, loro confessore, non volendo prestare giuramento all’imperatore, fu esiliato. Dopo la caduta di Napoleone (1815), le suore furono di nuovo riunite nella loro residenza.

Il cardinale Gaetano Bedini, vescovo di Viterbo, nel 1862, fece del tutto per trasformare il monastero in un orfanotrofio, ma non riuscì nel progetto per ferma opposizione da parte dei frati di santa Maria del Paradiso.

Con la legge sulla soppressione dei monasteri, il 1° Novembre 1873, fu firmato il decreto d’incameramento del monastero allo Stato italiano, consentendo per il momento che vi potessero alloggiare solo sei monache con tanto di vitalizio.

In un elenco di quadri esistenti nelle chiese viterbesi, redatto da anonimo nel 1875, leggo:
«In questa antica chiesa non havvi nulla di rimarchevole, eccettuato se si vuole una Madonna col Bambino in braccio, che è degna di uno sguardo».

Nel 1876 la chiesa fu demolita per formare l’attuale Largo Vittoria Colonna, poi, il 5 Gennaio 1881, fu ordinato il concentramento delle monache superstiti con le consorelle del Monastero di san Bernardino.

Il Comune di Viterbo, in data 18 Dicembre 1908, avanzò la richiesta di chiudere il monastero, di conseguenza il 6 Febbraio 1909, le monache riunite in capitolo, decisero di trasferirsi nel Monastero di santa Maria delle Grazie a Vitorchiano. Dal 1915, allontanate definitivamente le suore, vi furono collocate alcune sezioni dell’Ospedale Grande degli Infermi. Infatti, la chiesa e il monastero furono adibiti ad accogliere l’Ospizio dei vecchi di san Simone.

Oggi [n.d.a. 2002] vi trovano sede, l’AIDO, l’AVIS, l’Ente scuola industriale edilizia e affini della Provincia di Viterbo, il Servizio di Nefrologia e Emodialisi.
All’interno, sulle pareti del chiostro, è una pietra tenuta da grappe con inciso Monialium / SS.Simeonis / et Iudae / 1672 e le lettere O - S - M - B quest’ultime disposte: la prima a sinistra in basso, la seconda in alto a sinistra, la terza in alto a destra, l’ultima a destra in basso.

Nella chiesa, nel 1434 era la Cappella di san Basilio con quadro.

Il chiostro, su un lato, presenta ancora la traccia di almeno cinque affreschi nelle lunette, annerite dal tempo, ma ritengo ancora recuperabili. Sono indistinguibili. Nelle volte del chiostro stesso sono sei ovali con raffigurati i volti di religiose, tra queste una con in testa dei fiori, forse è santa Rosa.

Mauro Galeotti

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