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Villa san Giovanni in Tuscia CULTURA Il gruppo scultoreo di Eros e Psiche
Micaela Merlino


Eros e Psiche

Verso il 1960 in Piazza del Comune, durante lavori per il potenziamento dell’acquedotto comunale e della rete fognaria, fu rinvenuto fortuitamente un piccolo ma pregevole gruppo scultoreo in marmo bianco, raffigurante due personaggi del mito greco, Eros e Psiche.

Giaceva nell’interro che ricopriva due muri in opus caementicium ortogonali tra loro, da riferire ad una piccola piscina, forse appartenente all’atrium della villa romana su cui sorse successivamente il paese. Interessante è l’iconografia della scultura. I due personaggi sono raffigurati in sembianze quasi adolescenziali: Eros è a destra, dietro le spalle si notano gli attacchi delle ali, ora perdute, ed è colto nell’atto di abbracciare la sua amata per baciarla.

Di Psiche, raffigurata a sinistra, è perduta la testa e l’avambraccio; anch’essa in origine doveva avere le ali, non conservate. La giovinetta ricambia l’abbraccio di Eros, cingendolo e accarezzando con la mano destra il suo mento, mentre la mano sinistra aperta è appoggiata dietro la sua testa.

L’iconografia e lo stile permettono di fare confronti con altri gruppi scultorei di età romana, derivanti da originali greci. In particolare, questa scultura trova riscontro in un gruppo proveniente da Ostia antica, mentre differisce dal noto gruppo del c.d. “Bacio Capitolino” (Roma, Musei Capitolini), copia romana di un originale greco di età Ellenistica rinvenuto sull’Aventino nel 1749, per il fatto che quest’ultimo non presenta l’attacco delle ali. Alati, invece, dovevano essere i due personaggi in un altro famoso gruppo scultoreo conservato a Dresda.

L’iconografia di Eros e Psiche ebbe fortuna anche sui sarcofagi marmorei di età romana, ampiamente diffusi soprattutto dal II secolo d.C., dove essi si presentano spesso alati. Utili elementi di datazione del gruppo scultoreo da Villa San Giovanni in Tuscia, si ricavano anche dal trattamento stilistico delle chiome. La capigliatura di Eros è realizzata in morbide ciocche a forma di chiocciola, eseguite dall’antico scultore tramite uno strumento detto “trapano corrente”. Esso creava nel marmo solchi profondi alternati a rilievi pronunciati, i quali davano vita ad un movimentato gioco di luci ed ombre (chiaroscuro).

Questa svolta stilistica detta “Barocca”, iniziò durante il regno dell’imperatore Antonino Pio (138-161 d.C.), conobbe grande diffusione e fortuna al tempo del suo successore Marco Aurelio (161-180 d.C.), e perdurò anche in seguito. La scultura da Villa San Giovanni in Tuscia è la replica di un originale greco databile tra la seconda metà del III e la prima metà del II secolo a. C., e per ragioni stilistiche è stato datato al IV secolo d.C. Parimenti interessante è l’iconologia di questo gruppo, ossia il messaggio che esso voleva significare.

Per comprenderlo appieno è necessario conoscere la storia dei due amanti, così come è tramandata dal mito greco, conosciutissimo anche dai Romani. In realtà la mitopoiesi greca, fantasiosa e duttile, conobbe infinite varianti che si susseguirono nel tempo, secondo un creativo processo di trasformazione di un nucleo originale sacro. Nei Poemi Omerici Eros e Psiche simboleggiavano il desiderio amoroso (amore passionale); nelle genealogie letterarie di età più tarda, Eros fu variamente considerato come figlio di Afrodite, dea dell’Amore (simbolo del femminino), e di Urano, o di Afrodite e Ares, dio della guerra (simbolo della mascolinità).

Vasi a figure nere del VI secolo a.C. dall’Acropoli di Atene, raffigurano Eros come una divinità senza ali e sempre in coppia con Afrodite e Himeros, quest’ultimo personificazione del folle desiderio amoroso, e fratello di Eros. Come si vede, molto prima degli studi scientifici di Freud, i Greci consideravano le pulsioni sessuali alla base di tanti comportamenti umani, e in particolare il desiderio amoroso era ritenuto fonte e culmine degli istinti irrazionali, di cui molti eroi ed eroine greci furono vittima.

Diverse, però, erano considerate le cause: la tragica follia d’amore era sempre un dispetto ordito da qualche divinità, vendicativa e gelosa, mentre la moderna psicologia/psichiatria riconosce all’origine delle “pazzie d’amore” possibili conflitti inconsci irrisolti. In età Ellenistica Eros divenne quasi un attributo di Afrodite e di altri personaggi del corteo di Dioniso, o fu anche collegato al dio Pan e all’eroe semidivino Eracle, nonché a taluni animali. Fu pure sempre più frequentemente associato a Psiche: la coppia di amanti simboleggiava l’unione dell’Anima umana con l’Amore divino, tema assai caro alla filosofia platonica, e risalente all’opera “Fedro”. In questo periodo si diffuse l’iconografia dei due personaggi raffigurati alati, l’uno di fronte all’altro, con Eros che accarezza il mento di Psiche.

Le varie versioni di questo mito contengono tutti gli elementi, o del grande amore che finisce in tragedia, o di quello che deve sopportare durissime prove prima di poter coronare il suo sogno di unione felice e definitiva. Secondo la versione tramandata da Apuleio (125-170 circa d.C.) nelle “Metamorfosi” (o “L’Asino d’oro”), Psiche è una giovinetta bellissima ammirata da tutti, con grande scandalo di Afrodite che ne diventa gelosa. La dea progetta uno stratagemma: invia suo figlio Eros affinché Psiche si innamori perdutamente dell’uomo più brutto e avaro della terra, perché da tale unione ne riceva vergogna.

Ma Eros sbaglia il bersaglio: invece di trafiggerle il cuore con il dardo, colpisce il suo piede ed è subito colto da struggente amore per la fanciulla. La fa allora portare nel suo palazzo, ma per prudenza non le svela la sua vera identità, facendo in modo che i loro incontri d’amore avvengano sempre al buio. Però la giovinetta, istigata dalle sorelle invidiose, decide di vedere finalmente il volto del suo amante, che teme essere di sembianze mostruose. Mentre si avvicina, fa inavvertitamente cadere una goccia di olio della lampada sul braccio di Eros, che si sveglia. Deluso per la mancanza di fiducia della sua amata, la abbandona.

Affranta dal dolore la fanciulla, che desidera morire, è sottoposta dalla crudele Afrodite ad una serie di dure prove. L’ultima, quella più difficile, consiste in una catabasi, ossia nella discesa nell’Ade per chiedere alla dea Proserpina un po’ della sua bellezza. I due amanti riuscirono poi a ritrovarsi grazie all’intervento di Zeus, mosso a compassione dalla loro triste vicenda; Psiche, trasformata in dea, poté infine sposare il suo adorato amante.

In altre varianti, invece, ella muore prima dell’ultima prova, non riuscendo a coronare il suo sogno di rivedere Eros. Un mito, dunque, dove i tòpoi principali sono l’eterno intreccio tra l’amore e il distacco, tra il possesso e la perdita, tra la fiducia e il tradimento, tra la vita e la morte; temi universali che ritroviamo in miti e racconti di tanti altri popoli. Una storia che conquistò anche il cuore dei Romani.

Nell’atrium della villa romana di Villa San Giovanni in Tuscia, Eros e Psiche, insieme ad altre sculture perdute, accoglievano il padrone, la sua famiglia e i suoi ospiti trascinandoli nella dimensione atemporale del mito, in compagnia di personaggi divini e semidivini, spettatori ma anche idealmente partecipi delle loro mirabili gesta, sospesi in una dimensione irreale, momentaneamente lontani dai problemi e dai conflitti della complessa, violenta e convulsa società romana.

Micaela Merlino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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