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Viterbo PROVOCAZIONE 
Agostino G. Pasquali

 

Il lavoro è come il mantello di Martino

    Tutti conoscono la leggenda di san Martino, ma ne riporto comunque un brevissimo sunto nella versione più classica.

     Si racconta dunque che in una notte gelida, nel pieno dell’inverno dell’anno 335, Martino, che era un ufficiale dell’esercito romano, incontrò, durante un giro di ronda, un mendicante seminudo e tremante di freddo; ne fu impietosito e gli donò la metà del suo caldo mantello di lana.

Il Signore Gesù gli comparve in sogno per rendergli atto della sua buona azione. Martino, quando il giorno dopo si svegliò, trovò che il suo mantello era miracolosamente ritornato intero; allora si fece cristiano e divenne vescovo e santo.

     Di questa leggenda esistono però altre versioni. Una, un po’ più elaborata, è la seguente.

     Martino, che era un ufficiale dell’esercito romano, incontrò, durante un giro di ispezione diurno, un mendicante seminudo e tremante per il freddo e per la neve che cadeva abbondante; ne fu impietosito e gli donò la metà del suo caldo mantello di lana. Più avanti, continuando il suo giro, incontrò un altro mendicante proprio nudo e anche a lui donò metà del mantello, che però era già stato dimezzato e quindi ora ne restava solo un quarto per lui e un quarto per il mendicante. Continuando trovò un altro… Ma quanto era grosso questo mantello? Potete immaginare la scena. Io mi rifiuto di descriverla (però la disegno) perché questa distribuzione di frazioni del mantello, sempre più ridotte e senza miracolo tipo ‘pani e pesci’, mi pare incredibile pure per una leggenda.

     In conclusione Martino aveva donato quasi tutto il mantello e aveva un freddo terribile; allora il Signore, per premiare la sua bontà, squarciò le nubi e liberò un sole miracoloso così caldo che sembrava estate.

     Si dice che ogni anno, ancora oggi, il miracolo del sole si ripeta perché, nel pieno dei freddi del tardo autunno, c’è sempre un breve periodo di tempo eccezionalmente mite e soleggiato, che è detto appunto l’estate di san Martino.

     La leggenda non dice se ci fossero altri mendicanti nudi o seminudi che non ebbero alcuna parte del mantello. Dato che è ovvio che ce ne fossero, è necessario dedurre che, secondo la prima versione, morirono di freddo, oppure, secondo l’altra versione, anche per loro quel sole miracoloso fu un gradito ristoro almeno per quel giorno. E poi? Prima o poi morirono tutti di freddo perché non risulta che quel sole speciale sia durato anche nei giorni successivi.

*     *     *

     La leggenda del mantello di Martino mi è tornata in mente in occasione delle proteste dei leghisti e di quanti temono che con l’arrivo di immigrati il lavoro non basti più a soddisfare le esigenze di tutti (veramente non basta già ora, indipendentemente dall’afflusso dei migranti), e cioè che avvenga come il mantello di Martino che, a forza di divisioni, finì per non coprire più nessuno, nemmeno Martino. Mi è pure tornata in mente per le proteste dei sindacati che pretendono lavoro per tutti i disoccupati, perché il lavoro è un diritto garantito (dicono proprio: garantito) dalla Costituzione, e perciò va distribuito, cioè diviso, fra tutti.

     Mi permetto di osservare che i leghisti, pur nella loro sgradevole ed egoistica maniera, non hanno torto. Si può pensare che l’immissione di nuovi disoccupati porti lavoro a chi in Italia il lavoro non ce l’ha? Beh, sì, a qualcuno addetto agli hotspot, ai soci di qualche cooperativa che gestisce i rifugiati come un affare, certo che glielo porta. Ma non è una soluzione al problema della disoccupazione generale.

     Ai sindacati mi permetto di far notare che ‘garantire’ non equivale a creare. In diritto viene definito garante colui che deve soddisfare un’obbligazione al posto del garantito, quando questo non possa o non voglia adempiere. Ma se neppure il garante è in grado di soddisfare il creditore, costui si deve rassegnare a perdere quanto gli è dovuto per contratto o per legge.

     Dare dunque troppa importanza all’articolo 1 della Costituzione (L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro) può essere irragionevole perché se l’Italia non è in grado di dare quel lavoro perché il lavoro non c’è o non è sufficiente, equivale a dire che la repubblica italiana è fondata su un principio impossibile o debole. Infatti in materia di disoccupazione, a parte qualche provvedimento palliativo scarsamente efficace, il governo si comporta proprio come un garante impossibilitato ad adempiere, cioè non può creare i posti di lavoro che l’impresa Italia, nel privato e nel pubblico, va progressivamente perdendo.

     Purtroppo qui non c’è un Signore che intervenga a compiere un miracolo che potrebbe essere in concreto una robusta ripresa produttiva, auspicabile ma nient’affatto prevedibile. Infatti, anche se con forti investimenti il governo riuscisse ad avviare una ripresa della produzione, per esempio attraverso lavori pubblici, questa ripresa sarebbe come l’estate di san Martino, durerebbe poco.

*     *     *

     Non vorrei essere una Cassandra, ma sono costretto dalla realtà a prevedere che il lavoro sia destinato a diminuire sempre di più. E non lo dico solo per l’Italia che è già in piena riduzione nonostante che il governo dica il contrario con acrobazie statistiche, ma lo affermo per tutto il mondo, anche per quei paesi come Cina e India che con la loro capacità concorrenziale hanno tolto il lavoro al mondo occidentale. Infatti le macchine e la robotizzazione stanno sostituendo il lavoro umano nelle fabbriche e sui campi, l’informatica lo sta eliminando dagli uffici e dai negozi. In un futuro prossimo poche persone osserveranno monitor e schiacceranno tasti, e questo sarà tutto il lavoro che resterà all’uomo… per qualche tempo… poi i computer, forse androidi o cyborg, ci sostituiranno del tutto.

     Ho parlato di questa previsione con un signore che se ne intende di economia e di lavoro perché fa con successo il manager in una grossa cooperativa commerciale, il quale mi ha risposto: “Sono d’accordo: è vero che il lavoro tradizionale va scomparendo, e per questo dico ai disoccupati, in particolare ai giovani, che bisogna inventarsi nuovi lavori!”

     Più che giusto: bisogna inventarsi nuovi lavori. I giovani intelligenti e furbi sanno inventarsi il lavoro.

     Ma gli altri, quelli che qualcuno ha chiamato ‘sfigati’ o ‘bamboccioni, che fanno? Telefonano tutto il giorno alla gente per proporre il cambio del gestore del telefono o ingannevoli affari? Organizzano servizi tipo ‘Bla bla car’ o ‘Uber’? Creano siti di confronto per trovare il contratto migliore per acquistare beni o servizi? Entrano nel mondo della pubblicità che ci assedia dalla mattina alla sera e pure di notte? Organizzano truffe via internet?

     Se i nuovi lavori sono questi c’è poco da sperare perché sono precari e per poca gente, e infatti creano pochi posti di lavoro e meno pagati, rispetto ai molti posti tradizionali che scompaiono.

     Esaminiamo quello che sta avvenendo nel commercio: molti negozi al dettaglio hanno dovuto chiudere con la diffusione dei supermercati. È vero che qualche dettagliante si è riciclato come dipendente dei supermercati stessi, è vero che qualcuno si è integrato nei centri commerciali, ma questo lavoro è precario perché è precaria la sopravvivenza dei supermercati stessi che saranno presto sostituiti dal commercio online.

     Proviamo a immaginare Amazon fra dieci o venti anni? Non credo che ci voglia più tempo. Un computer riceverà via web l’ordine di acquisto, controllerà la validità del pagamento da home banking o con un conto corrente interno, attiverà un carrello robotizzato che circolerà tra scaffali modulari guidato dal codice inviato dal cliente e troverà il prodotto richiesto. Braccia meccaniche preleveranno l’oggetto, lo inscatoleranno e lo avvieranno alla spedizione. Il trasporto avverrà probabilmente con i droni guidati dal navigatore satellitare. Tutto ciò senza alcun intervento umano.

     Lo stessa rivoluzione lavorativa avverrà nell’agricoltura (esistono già tosaerba robot completamente automatici), nell’industria (dove i robot ci sono già da tempo), nei servizi informativi (tanto per esemplificare: chi va più alla stazione del treno o del bus per conoscere un orario? e si stamperanno ancora su carta i libri e i giornali o saranno soltanto online?)

*     *     *

     E allora? Saremo tutti, o quasi tutti, disoccupati e poveri?

     Disoccupati sì, certamente! ma poveri forse no! Perché la ricchezza vera, quella della produzione (non quella della finanza che è virtuale, è solo una gigantesca catena di sant’Antonio), la faranno le macchine. E se c’è produzione c’è ricchezza, e se c’è ricchezza c’è benessere. Il problema è una corretta distribuzione della ricchezza per dare benessere a tutti e non solo a pochi, come purtroppo avviene oggi. La ricchezza disponibile sulla terra è enorme e, per restare nella metafora del mantello di Martino, può essere divisa e soddisfare tutti.

   Quest’altro argomento, cioè la giusta distribuzione della ricchezza, potrà essere oggetto di un prossimo ‘sassolino’.

Agostino G. Pasquali

 

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