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Viterbo IL RACCONTO Fabrizio ha sempre disdegnato la cravatta, se l'è messa solo in rare occasioni per cerimonie o incontri importanti
Un racconto di Agostino G. Pasquali

AVVERTENZA- Per la comprensione dei fatti che sto per narrare è necessario conoscere il precedente racconto ‘Autostop’. Prego il lettore cui quel racconto è sfuggito, o l’ha letto ma l’ha dimenticato, di recuperare il testo e aggiornarsi.

IL RACCONTO Autostop – Parte prima, per leggerlo clicca qui
IL RACCONTO Autostop – Parte seconda (finale), per leggerlo clicca qui

     Fabrizio rimane qualche minuto ad arrovellarsi nel dubbio. Intanto sente improvviso e forte il desiderio di entrare in un bar, bere qualcosa per dissetarsi e prendere un caffè, ma si sente a disagio nel vestito di Giovanni: come misura gli starebbe abbastanza bene, ma è troppo elegante ed è incompleto perché gli manca la cravatta che è rimasta a terra nel bosco.

Fabrizio ha sempre disdegnato la cravatta, se l'è messa solo in rare occasioni per cerimonie o incontri importanti, e perciò, quando si è rivestito con i panni del rapinatore, non si è curato di raccoglierla e annodarsela, cosa che peraltro gli sarebbe riuscita difficile senza uno specchio. Teme, con quel vestito, di risultare eccentrico e di attirare l’attenzione, cosa che deve assolutamente evitare a meno che non decida di denunciare il rapinatore e consegnare il denaro. Ha in auto una bottiglietta di acqua tenuta come riserva, e quindi rinuncia al caffè e si disseta con quella.

     L’acqua, anche se tiepida e poco gradevole, gli dà un po’ di ristoro e sembra chiarirgli le idee. Decide immediatamente che andrà in questura. Ma dov’è la questura? Non gli va di chiedere informazioni. Si ricorda però della promessa di Giovanni di lasciargli in auto la batteria dello smartphone, la trova e la rimette a posto, e così, utilizzando il collegamento ad internet, scarica la mappa di Arezzo e rileva la posizione della questura. Dunque, scende dall’auto portandosi il borsone del denaro, chiude diligentemente l’auto e si avvia.

     Si sente a disagio mentre cammina. Cammina svogliatamente perché è, sì, spinto da una motivazione etica che lo induce a comportarsi da cittadino corretto, però è contrastato da una strana forza istintiva, egoistica, che lo frena. È un uomo del 2000, educato e ben inserito nella società evoluta, ma ha ancora, controllata ma non domata, un po’ dell’istintualità dell’uomo primitivo. Tuttavia la decisione è stata presa e la razionalità ha il sopravvento. Procede.

 

*     *     *

     Ecco la questura. Entra ed espone sommariamente i fatti all’agente che sta al posto di guardia al di là di uno sportello a vetri:

     “Mi chiamo Fabrizio Romani… guardi la patente… sono stato rapinato, cioè no… sono stato sequestrato con l’auto… voglio dire che un rapinatore, uno di quelli di Roma che state cercando, mi ha sequestrato e costretto a portarlo qui…”

     L’agente è stupito, non capisce e guarda Fabrizio con un’aria sospettosa, poi gli chiede:

   “Chi ha costretto? Chi è stato costretto? Come sarebbe qui? e allora dov’è? È lei il rapinatore?”

   “No, non volevo dire qui in questura, ma qui ad Arezzo, alla stazione ferroviaria. Guardi ho il denaro della rapina, cioè una parte… poi spiego tutto. È tutto così maledettamente complicato.”

     Fabrizio apre il borsone e mostra il denaro, ma nel farlo è impacciato, gli tremano le mani, una maniglia gli sfugge e diversi pacchetti di banconote si rovesciano a terra.

     L’agente di guardia deve aver avvertito, probabilmente azionando un pulsante, che c’è una persona sospetta e forse pericolosa, oppure c’era qualcuno che già sorvegliava il comportamento di quello strano visitatore per mezzo di una telecamera. Infatti due robusti agenti in borghese arrivano all’improvviso e afferrano Fabrizio, lo immobilizzano e lo perquisiscono.

     “Niente armi.” Dice uno dei due, e poi, rivolto a Fabrizio:“Stia calmo. Non faccia resistenza e venga con noi per…”

     Non finisce la frase, viene interrotto perché in quel momento arriva davanti all’ingresso della questura un’auto della polizia con i lampeggianti accesi e la sirena ululante. I due agenti strattonano Fabrizio e lo spingono di lato contro la parete per liberare il passaggio, lo tengono fermo mentre dall’auto scendono due agenti che portano dentro un uomo ammanettato. I tre passano rapidamente davanti a loro, ma Fabrizio fa in tempo a riconoscere Giovanni nella persona ammanettata. Anche Giovanni vede e riconosce Fabrizio e passandogli davanti gli sibila:

     “Coglione!”

*     *     *

     “No, no! Non può andare a finire così!” dice a se stesso Fabrizio quando, passata l’ultima curva, si trova in vista della questura.

     Mentre camminava adagio per avere ancora tempo di riflettere, si è immaginato tutta la scena che ho appena descritto e che probabilmente succederà fra poco, quando avrà varcato l’ingresso della questura. Si rende conto che la sua immaginazione ha lavorato troppo e che certi fatti non succederanno (per esempio: come si può prevedere l’arrivo in contemporanea di Giovanni arrestato?) ma potrebbe succedere pure di peggio. L’esperienza diretta, e anche la cronaca, e ancor più gli sceneggiati televisivi, gli hanno insegnato che andare a cacciarsi nella tana del lupo non è mai una buona idea. Ovvero, uscendo dalla metafora, andare in questura con il prodotto di una rapina e il racconto poco credibile di essere stato sequestrato da un delinquente che poi si rivela una brava persona, quasi un Robin Hood, è una presentazione alquanto sospetta.

     Fa un improvviso dietrofront e ritorna verso il parcheggio della stazione dove ha lasciato la sua auto. Non è una decisione razionale e ragionata. Lo sente, lo capisce benissimo. Il duello tra ragione e istinto è stato alla fine vinto dall’istinto. Infatti un impulso cui non ha saputo resistere, anzi non ci ha nemmeno provato a resistere, lo ha costretto a scappare. L’homo ferinus è prevalso sull’homo civilis. Detto più semplicemente: la paura ha annullato il coraggio e mortificato il buon senso.

     Ora Fabrizio agisce meccanicamente, come una macchina con il pilota automatico inserito. Ritorna all’auto, apre, sistema il borsone sul pavimento dietro il suo sedile, allaccia la cintura, avvia il motore e parte. Segue, quasi senza rendersene conto, le indicazioni ‘A1’ e presto si trova al casello dell’autostrada, dove senza pensarci prende la direzione sud verso Roma.

     Tranquillizzato dal ronzio regolare del motore e dal tenue e piacevole flusso dell’aria che esce dalle bocchette di ventilazione, Fabrizio si rilassa, e l’homo civilis riprende il controllo e ricaccia nel limbo del subcosciente l’homo ferinus che ha guidato le sue ultime azioni.

     Però l’homo civilis è razionale e analizza i fatti, ne evidenzia le incongruenze e i punti deboli, solleva dubbi e problemi da risolvere.

     Il dubbio principale è se Fabrizio abbia agito bene in concreto, cioè da un punto di vista utilitaristico, indipendentemente dalle considerazioni giuridiche e morali. Si dà una risposta positiva anche perché ormai non ha senso arrovellarsi su questo dubbio: la decisione è stata presa e non si può tornare indietro. Però, se da un punto di vista morale e giuridico non si è comportato bene, su questo non ci sono dubbi, allora deve considerarsi soltanto un furbo che ha approfittato della situazione? oppure un vero delinquente, complice del rapinatore?

     I problemi da risolvere riguardano

- l’ufficio: deve inventarsi una buona scusa per giustificarsi di non essere andato a Firenze,

- la famiglia: come tenerla all’oscuro di quello che gli è successo, perché, pure su questo non c’è dubbio, non ne deve parlare con nessuno, nemmeno con Fausta, la moglie,

- il denaro: dove conservarlo nascosto con la sicurezza che non venga trovato, neppure dai familiari.

     Il rimuginare su dubbi e problemi viene però interrotto da un bisogno corporale impellente. Sono parecchie ore che Fabrizio non si concede una sosta per andare in bagno. Si ferma alla prima area di servizio, parcheggia e si avvia di corsa all’interno dell’autogrill. Mentre fa la fila ai bagni (quando uno ha fretta c’è sempre la fila stile ‘Fantozzi’), gli viene il dubbio di non aver chiuso l’auto. Controlla le sue tasche e con sollievo ci trova le chiavi, ma il dubbio ritorna perché non ricorda se ha chiuso bene usando il telecomando. Gli pare di non aver controllato tirando la maniglia, come fa di solito per essere sicuro che il congegno di chiusura sia scattato bene. Combattuto tra l’impellenza fisica e il dubbio, cede al dubbio e torna all’auto.

     (Continua e finisce domani 28 aprile)

Agostino G. Pasquali

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